BOLZANO. «Ho una memoria di ferro. Avevo appena cinque, sei anni ma ricordo tutto. Tutto. È chiuso a chiave qui dentro». Luciano De Marchi porta l’indice destro alla tempia. «La testa è la mia cassaforte». Luciano De Marchi ha 85 anni. È nato a Merano il 30 aprile 1939. Sfila da una busta un plico alto così di foto in bianco e nero. L’indice, adesso, sciabola da un’immagine all’altra. «Questo era l’ambasciatore giapponese. E questo mio padre davanti alla Chrysler Crown Imperial. L’auto di servizio. Se la immagina? Una Chrysler del genere, nera, tirata a lucido, girare per le strade di Merano nel 1943 con un ammiraglio giapponese a bordo e le bandierine del Sol Levante... Io c’ero. Io ho visto. Lasci che le racconti tutta la storia».

Prego De Marchi...

«I miei sono venuti a Merano negli anni ’30 da Montagnana in provincia di Padova . Mio padre Amos era del 1913, un bravissimo autista di vetture e camion, e anche meccanico. Quando scoppia la guerra, viene richiamato negli autieri. Nel ’41 lo spediscono sul fronte russo di supporto alla logistica della Wehrmacht». Foto: un convoglio di bisarche cariche di camion e blindati. Sul retro c’è scritto “Bahnhof Proletarskaya”.

Proletarskaya Ulitsa, 140 chilometri a ovest di Stalingrado. Novembre 1942. Amos De Marchi fa parte di un gruppo di autieri italiani che hanno l’incarico di portare rifornimenti e legna alla 6ª Armata del generale von Paulus assediata dall’Armata rossa nella sacca. «Per farla breve: mio padre non riesce a tornare indietro. Resta bloccato a Stalingrado. Un mese prima della caduta della disfatta tedesca si ammala. Lo caricano su uno degli ultimi treni ospedale in partenza verso occidente e si salva. Dopo qualche mese rientra a Merano. Era in condizioni pietose, rimase a disposizione come autista dell’Esercito. Di Stalingrado gli restava una croce di guerra conferita dalla Wehrmacht. Eccola qui (la estrae da una busta grigia insieme alle mostrine, ndr). Della Russia parlava poco. Ogni tanto un flash. Mi disse che fu terribile. I compagni morivano come mosche di pallottole, freddo, fame e malattie. Per sopravvivere, catturavano le pantegane, le spellavano e le mettevano a bollire...».

Tornato a casa, l’autiere Amos De Marchi è convinto che la guerra dura per lui sia finita. Ma non ha fatto i conti con il motore inarrestabile della storia.

«Mio padre - prosegue Luciano De Marchi - aveva il compito di andare in Austria, a Salisburgo, a prelevare con il camion e la scorta i forzieri con i rotoli di banconote. I rotoli arrivavano a Labers dove le banconote venivano tagliate in pezzi da 5, 10, 20 e 50 pound. Le sterline false venivano poi consegnate in pacchi confezionati ad agenti in borghese, ma anche a scorte armate che le recapitavano ai quattro angoli d’Europa». Quei soldi vengono persino utilizzati per pagare i costi della liberazione di Mussolini sul Gran Sasso. Le sterline false arrivano dappertutto: Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Turchia. Schwend trattiene per sé una percentuale del denaro ripulito, accantonando una fortuna enorme mentre gli sgherri della SS e della Sod razziano le fortune degli ebrei meranesi caricati sui vagoni per Auschwitz. «Schwend era una specie di signorotto, girava su un cavallo bianco. Lui era la legge. Ricordo un tunnel, una galleria a Labers dove i nazisti tenevano qualcosa di molto prezioso. All’ingresso avevano piazzato una batteria antiaerea».

L’omicidio

A Castel Labers passano spie, trafficanti all’ingrasso sulla guerra, avventurieri spregiudicati. Come Teofilo Camber, un giovane fiumano, che Schwend aveva conosciuto in Istria, e che si crede più furbo del capitano delle SS. Camber, dopo aver fatto da galoppino per Schwend, si impadronisce di un’auto carica di sterline false e scappa verso Trento. I tedeschi lo riacciuffano e lo riportano a Merano. Schwend organizza una piccola tradotta per condurlo negli uffici di Bolzano della Gestapo. Arrivati a Gargazzone, Schwend ferma il corteo di auto con una scusa. Fa scendere Camber, estrae la pistola mitragliatrice e lo uccide con una raffica. Il corpo viene seppellito in gran segreto nel cimitero di Lana. Camber sapeva troppo dei suoi affari illeciti alle spalle del Führer. Schwend, per giustificarsi, dirà che Camber aveva tentato di fuggire. Una tesi smontata nel processo per omicidio in contumacia celebrato in Italia nel dopoguerra, che si concluse con una condanna a 21 anni.

«Di quel periodo a Castel Labers - dice Luciano De Marchi - ho ricordi contrastanti. Ero un bambino che vedeva le cose senza capire esattamente cosa stesse accadendo. Schwend mi diceva: “Piccolo Luciano, farò di te un vero nazista”. Diceva che un giorno mi avrebbe mandato all’Hotel Paradiso in Val Martello, a “scuola” dalla Gestapo (i tedeschi avevano trasformato l’albergo progettato da Giò Ponti in una centrale di spionaggio, ndr). A Labers mi sentivo un po’ in prigione ma avevamo tanto da mangiare, cosa non scontata prima, cioccolata, mortadella, roba buona. E poi potevo giocare con la figlia di Schwend. Ricordo il Natale del 1944, un albero immenso nel salone del castello. Tutto decorato e con i pacchi sotto. Schwend regalò a mio padre l’orologio delle SS (lo estrae dalla borsa, ndr) ma senza le rune intarsiate nella cassa. Se le avesse varrebbe una fortuna».

Quando ai primi di maggio del ’45 arrivano gli americani, i nazisti scappano, rinchiudono i De Marchi e il resto del personale nel castello. «Con noi c’era un fabbro che riuscì a fare saltare la cancellata».

Qualche giorno dopo, Schwend viene preso dagli americani in Tirolo. Per salvarsi la pelle fa ritrovare oro, banconote e svela la rete dell’Operazione Bernhard. Collabora con i servizi americani. Nel 1947 con un lasciapassare della Croce Rossa, rilasciato sotto falso nome, sbarca in Perù con la famiglia e una valigia zeppa di soldi. Apre un ristorante, continua a trafficare in affari illeciti, viene coinvolto in un altro omicidio, ospita e nasconde il criminale nazista Klaus Barbie. Nel 1979 l’estradizione in Germania. «Tempo dopo a Merano incontrai le sue figlie - racconta Luciano -. Mi sorrisero ma senza fermarsi».

E Amos? «Mio padre tornò a guidare i camion. Aveva una piccola ditta, ma era dura. Abbiamo patito la fame. Frequentavo le Iti ma non ho potuto terminare gli studi perché non c’erano più soldi». Luciano va a lavorare presto nell’Italia del boom. Meccanico, operaio, persino il barista a Torino. Poi l’assunzione alla Montecatini di Bolzano. Nel 1982 si licenzia e fa fortuna vendendo ascensori. «4.720 in 25 anni: credo sia una specie di record». Una vita piena. Sempre con quell'immagine indelebile dell’ambasciatore del Giappone sulla Chrysler tirata a lucido con papà al volante.

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