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BOLZANO. «Il primo cuore l’ho lasciato quando è morto mio padre. Il secondo quando è morto Roberto, mio marito. Il terzo, l’ultimo che mi è rimasto, non posso permettermi di perderlo: ho un figlio fragile da accudire. Chiudo l’attività ma il bar non lo tocco. L’insegna è stata tolta, ma dentro resterà così com’è, anche con le serrande giù». Resteranno il tetto a forma di tolda con il timone e il pozzetto, le finestre a oblò, le banconote arrivate da ogni angolo del mondo in mostra sulle pareti. Resteranno il binocolo, la campanella di bordo e il sestante, la cambusa e il cielo stellato sopra coperta. «Non toccherò nulla. Sarebbe come infilarmi un coltello nell’ultimo cuore che mi è rimasto. I muri sono miei e non devo niente a nessuno». Marina Fronza ha 60 anni, li ha passati tutti qui dentro. È forte, indomita, passionale. È la titolare del bar a “forma di nave”. Il Bar Mario aperto dal padre Paolo, 75 anni fa in via Brennero 22, sul confine tra i Piani e Rencio. La storia di questo approdo accogliente è stata raccontata nel 2017 nel bellissimo (e pluripremiato) docu-film del regista Stefano Lisci, che frequentando la scuola di cinema Zelig lì accanto, era diventato a tutti gli effetti un membro dell’equipaggio, uno di famiglia.







