Ci sono tragedie, come quella recente di quei nove adolescenti che finiscono con l’auto in un canale e in tre perdono la vita, che fatichi a capire. Ti dicono che il guidatore, un giovane neo-patentato, era positivo all’alcoltest e trovi immediatamente il motivo di quel dramma che si consuma al rientro da una notte in discoteca. Ma lo sappiamo da tempo che nei quartieri della movida l'alcol circola in abbondanza, e hai già visto più volte all’imbrunire ragazzini con bottiglie appena acquistate.
Eccolo lì il colpevole, l'abuso di alcol. E questo nonostante le infinite campagne di informazione sui pericoli derivanti dall’assunzione di bevande alcoliche, ci ritroviamo ancora lì a parlare di incidenti stradali e a contare morti. Ma soprattutto crediamo ancora che sia l’abuso la prima causa di incidenti, quando invece è rischioso anche il consumo di alcol.
Probabilmente quel ragazzo di 19 anni, autorizzato da pochi mesi alla guida, lo doveva sapere. Ma se è così, chiediamoci come mai a questa età non c’è ancora il senso del limite. Domandiamoci da dove viene, in adolescenza, quel bisogno di sfidare il pericolo e la morte. Molti pensano che sia sempre e solo la mancanza di controllo a generare le tragedie, per cui viene da dire che la soluzione stia nell’aumento di severità e punizioni.
Però non ci poniamo il dubbio che manchi la partecipazione degli adulti al processo interno di crescita dei giovani e la condivisione reale della fatica che ci vuole per diventare grandi.
Non è solo il controllo che definisce il livello di protezione dei minori dai rischi della vita reale e di quella virtuale. Ci vogliono sicuramente sguardo e attenzione, ascolto e presenza, anche se l’adolescenza è esercizio di opposizione all’adulto e fisiologica sottrazione alle sue osservazioni. Serve però un concreto ruolo educativo degli adulti e non solo uno stare a guardare. Serve una partecipazione autentica alla vita quotidiana dei ragazzi.
Domandiamoci quanto contano le nostre continue contraddizioni, che ci fanno parlare dei pericoli dell’alcol e allo stesso tempo lo valorizzano come occasione di incontro e socialità. Chiediamoci quanto siano inefficaci le comunicazioni opposte che riserviamo a gran parte delle regole e dei limiti. Più delle parole sono i comportamenti e gli esempi degli adulti a educare. Ma non c’è solo il vino come pericolo. C’è anche la velocità, che oggi viene spesso vissuta come dimostrazione di capacità, abilità di guida e forza.
Nella vita di ogni giorno sulle strade, andare piano sta diventando quasi una colpa, mentre violare le regole e il Codice della strada viene percepito come prova di abilità e superiorità. Sono messaggi frequenti che non comunicano l’importanza di riconoscere la fragilità di ciascuno e la necessità di una cura reciproca. Trasmettono invece la vergogna dei propri limiti e l’inutilità di educare al rispetto delle regole e dei divieti, come accade, per esempio, quando attraversiamo una strada con il semaforo rosso solo perché non arriva nessuno.
Giuseppe Maiolo, psicoanalista

