In questi tempi di guerra dove si mescola il dolore alla rabbia e il bisogno di giustizia a una spirale di violenza senza fine, ti chiedi cosa esprime il desiderio di rivalsa, dove conduce la vendetta e quanto serve alla liberazione dal dolore. Naza, il docufilm notturno del massacro che dilaga, sconvolge chi cerca risposte mentre si narra la perversione del sistema che la tecnologia degli algoritmi e dell'Intelligenza Artificiale che alimenta e non placa la sofferenza ma fa aumentare l'indifferenza e la disumanità. I racconti dai tetti di una Tel Aviv operosa, sono lucide testimonianze della morte osservata da lontano da un gruppo di giovani militari che con diversa partecipazione e consapevolezza si fanno carico della distruzione, senza sentire responsabilità individuali perché chiamati all'obbedienza collettiva.

La parola vendetta non si pronuncia apertamente, ma sta sempre sullo sfondo delle narrazioni e sembra spiegare la ferocia umana che colpisce alle spalle uomini e donne senza armi e bambini con la scodella in mano in attesa di cibo. Chi racconta è distante, quasi sempre dietro un display come davanti a un videogioco che non emoziona più di tanto. Caso mai il terrore è dentro i pensieri addestrati alla guerra ma non sconforta né fa vergogna. Dice solo che il massacro ha un "danno collaterale accettabile".In realtà la vendetta che emerge è la stessa di cui Eric Fromm parla quando dice che si tratta di "una passione talmente radicata in profondità, da essere sicuramente presente in tutti gli uomini" (Anatomia della distruttività umana, Mondadori). Pulsione distruttiva e incontenibile che origina dal bisogno di risarcimento.Procede dalla convinzione che far pagare all'altro la sofferenza subita azzeri il conto.

Pare una sorta di consolazione, ma diventa ossessione potente che allaga la mente e pretende una "giustizia fai da te". Quel "fargliela pagare" sembra il motivo di una vita che non pareggia nulla e nemmeno elimina il male, ma lo moltiplica e nasconde il dolore dell'altro che non si sa più ascoltare. La vendetta, illusoria compensazione, non cancella le offese, né ripara il danno. Non gratifica, viceversa alimenta il risentimento che come un cancro si espande per traiettorie indefinite. E la vendicatività con i tratti rigidi della crudeltà disumana, sembra appartenere a chi ha compiti da svolgere e un'obbedienza di servizio che la impone.

Non è neanche un "piatto freddo" la vendetta che, servita a distanza di tempo, risarcisce sempre e placa le ferite del male, perché l'inesauribile ruminazione mentale non trasforma nulla e nessuno.Il "castigo" da infliggere e la rivalsa non riparano il danno individuale e neppure quello collettivo, meno ancora assolvono la coscienza. La pacificazione prima di tutto richiede un'educazione al perdono.

Giuseppe Maiolo – Psicoanalista Università di Trento -