Germania, l’ora della prima presidente?



A poco meno di un anno dalla fine del secondo mandato di Frank-Walter Steinmeier, a Berlino è già partita la corsa – discreta ma tutt’altro che priva di manovre – per la successione a Schloss Bellevue, la residenza della Presidenza della Repubblica tedesca . L’elezione avverrà con ogni probabilità nel febbraio 2027, quando si riunirà la Bundesversammlung, l’assemblea federale convocata esclusivamente per scegliere il capo dello Stato.

Sulla carta la procedura è lineare: 630 deputati del Bundestag più altri 630 rappresentanti dei Länder votano a scrutinio segreto. Nella realtà, come sempre accade nella politica tedesca, la partita è molto più complessa: un delicato esercizio di geometria politica in cui si intrecciano rapporti di forza tra partiti, equilibri regionali e – non meno importante – il messaggio simbolico che la Repubblica federale vuole dare di sé. E questa volta il simbolo è evidente. Dopo dodici uomini consecutivi dal 1949, molti ritengono che sia arrivato il momento di una donna.

La Germania ha avuto per sedici anni una cancelliera, Angela Merkel, ma il suo nome quasi certamente non comparirà nella lista dei possibili successori di Steinmeier. Quando la Bild ha ventilato l’idea di una sua candidatura alla presidenza federale, la sua risposta è stata immediata e assolutamente chiara: “assurdità”. La donna più potente d’Europa per oltre un decennio non è interessata. Il rifiuto non sorprende. Da quando ha lasciato la cancelleria nel 2021, l’ex leader cristiano-democratica ha scelto una discreta uscita di scena. Inoltre, una sua candidatura riaccenderebbe la rivalità con l’attuale cancelliere conservatore Friedrich Merz, con cui i rapporti non sono mai stati idilliaci, anzi. Eppure l’idea di una donna alla presidenza resta forte.

Per i socialdemocratici dell’SPD e per i Verdi sarebbe un segnale politico e culturale: dopo settantacinque anni di Repubblica federale, la massima carica dello Stato non è mai stata occupata da una donna. Una curiosità storica che, nella Germania del 2026, comincia a sembrare un anacronismo. Nel campo conservatore il nome che circola con maggiore insistenza è quello di Ilse Aigner, attuale presidente del Parlamento bavarese.

Politica esperta, pragmatica, capace di dialogare con avversari e alleati, Aigner potrebbe incarnare la figura di garanzia che tradizionalmente si cerca a Schloss Bellevue. Ma la sua strada non è priva di ostacoli. Il leader della CSU e ministro-presidente bavarese Markus Söder non sembra entusiasta. Se Aigner arrivasse alla presidenza federale, la piccola ma influente CSU si troverebbe con due figure di primo piano sulla scena nazionale, riducendo drasticamente le mai sopite ambizioni di Söder per la Cancelleria. Un altro nome ricorrente è quello di Julia Klöckner, attuale presidente del Bundestag. Esperienza, visibilità e rango istituzionale non le mancano: la sua carica è già la seconda per importanza protocollare nello Stato. Ma Klöckner non ha mai nascosto il gusto per dichiarazioni taglienti e prese di posizione divisive, e questo rende difficile immaginare un consenso trasversale nella Bundesversammlung.

Più simbolica sarebbe invece la candidatura di Karin Prien. Ministro dell’Istruzione e volto dell’ala più liberale della CDU, Prien è figlia di una famiglia ebraica sopravvissuta alla Shoah. La sua elezione sarebbe un segnale forte in un momento in cui l’antisemitismo torna a preoccupare la società tedesca. Ma proprio il suo profilo politico potrebbe renderla una scelta complicata per il fronte più conservatore del partito guidato da Merz .C’è poi una strada che ogni tanto riaffiora nel dibattito politico tedesco: cercare una figura al di fuori della politica professionale. È una soluzione che ha già funzionato, quando nel 2012 fu eletto il pastore e attivista per i diritti civili Joachim Gauck. Presidente che è stato molto amato dai tedeschi. Tra i nomi evocati figura quello della scrittrice Juli Zeh, giurista e autrice molto letta. Nata a Bonn, ma da anni residente nel Brandeburgo, Zeh rappresenterebbe una figura capace di parlare sia all’Ovest sia all’Est del Paese, una frattura che la politica tedesca continua a fare fatica a saldare.

Lei stessa, tuttavia, invita alla prudenza con il suo nome: tra carriera e famiglia per ora non se la sente. Il cancelliere Merz ha detto che indicherà un candidato a settembre. Non è una data casuale: entro allora si saranno svolte le ultime elezioni regionali dell’anno, che contribuiranno a determinare la composizione della Bundesversammlung. In altre parole, prima bisogna capire i numeri. Poi si sceglierà il nome. È la cifra della politica tedesca: meno teatro, più calcolo, meno improvvisazione, più aritmetica parlamentare. Ma questa volta la scelta potrebbe avere un significato che va oltre la semplice somma dei voti. Se davvero nel 2027 la Germania eleggerà la sua prima presidente federale non sarà soltanto una novità statistica. Sarà un passaggio simbolico in un Paese che ama pensarsi e presentarsi come laboratorio di modernità politica. Dopo una cancelliera che ha segnato un’epoca, il fatto che il ruolo più rappresentativo dello Stato resti ancora un club esclusivamente maschile appare sempre più difficile da spiegare.

La decisione finale nascerà come sempre da compromessi, equilibri e estenuanti trattative tra partiti. Ma quando la Bundesversammlung si riunirà a Berlino, il voto non riguarderà soltanto un nome. Riguarderà anche l’immagine che la Germania vorrà dare di sé nei prossimi anni: una democrazia solida, prudente, e forse finalmente pronta a scrivere la pagina della sua storia che per troppo tempo non è stata scritta.













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