Il panettiere di via Zara: nato in America, Kaiserjäger, prigioniero in Russia. Italiano
Figlio di minatori trentini emigrati in Colorado, Gustavo Menapace è arrivato bambino in Val di Non. I diari delle Grande Guerra, soldato in trincea
BOLZANO. Carla Menapace ha 95 anni. Vive con la badante in un appartamento piccolo e curatissimo in via Mendola. Il tinello/cucina col divano e la stube è una bomboniera. Quadri e foto appesi alle pareti, cartoline dai quattro angoli del mondo, ricami all'uncinetto sul comò, libri a pile fino al soffitto. «Mi è sempre piaciuto leggere. Soprattutto di storia...». Si allunga dal divano alla libreria. Primo scaffale: si piega appoggiandosi al bastone. «Dovrebbe essere qui... mmm... No, non c'è».
Secondo scaffale. «Qui allora». Sposta libri, carte, schedari, il breviario delle preghiere. «Ma dove l'ho messa? Ah eccola».Una busta di cartone argento e rossa con stampe di fiocchi di neve e palline rosse di Natale. La poggia sulla tavola. Sfila - piano - una cosa alla volta. «Ecco: i diari di mio papà prigioniero in Russia». Quattro taccuini. Hanno preso il colore del tempo. La copertina da blu è diventata viola. La carta si è ingiallita. Ma la scrittura, vergata in bella calligrafia, è ancora leggibile. Sul frontespizio conservano la scritta in cirillico: tetràd' (quaderno), Deposito / magazzino di libri dello Zemstvo provinciale di Saratov, 1915.
«Chissà come se li era procurati». Ad ognuno, il padre ha dato un titolo: "La mia vita di prigioniero russo 1916"; "Le mie avventure nelle province di Vjatka e Perm in Russia"; "Ritorno a casa"...Carla Menapace infila di nuovo la mano nella busta. Il viso si illumina. Trovate! «Ecco: le foto spedite dal fronte nel 1915, le foto della Val di Non negli anni Venti. Questo, invece, è l'album del nostro panificio di via Zara a Bolzano. E dire che mio padre era nato in America...».
Nato in America? Signora Carla, time-out, ferma, riavvolgiamo il nastro. Partiamo daccapo. «Giusto, sì. Allora: mio padre si chiamava Gustavo. Gustavo Menapace. Era nato il 13 marzo del 1894 a Trinidad, Colorado, Stati Uniti. Al confine col New Mexico». I genitori, trentini di Rallo, Val di Non, erano emigrati qualche anno prima per lavorare nelle miniere di carbone. Tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, il polveroso orizzonte di Trinidad era la terra promessa per centinaia di emigranti in fuga dalla crisi della seta. Questi uomini - all'epoca sudditi dell'Impero austro-ungarico - erano maestri di "esplosivi e piccone".
Esperti cavatori che la Colorado Fuel and Iron Company di Rockfeller reclutava per estrarre il carbone, richiestissimo dall'industria siderurgica e dalle compagnie delle ferrovie. Alloggiati nelle famigerate "company towns", i villaggi fatiscenti di proprietà aziendale, i "trentini" vivevano sospesi tra due identità: registrati come austriaci, ma legati per lingua e fede cattolica alla comunità italiana. Una forza lavoro sfruttata all'inverosimile, che nel 1914 sarà anche protagonista di una rivolta stroncata nel sangue dagli sgherri delle compagnie carbonifera.
«Mio nonno Enrico a un certo punto disse basta. Quella vita non gli piaceva. I suoi fratelli rimasero. Lui no, prese armi, bagagli, figli e figlie, e tornò in Trentino, a Rallo. Mio padre avrà avuto quattro, forse cinque anni».
Fatti i conti: anno 1900. O giù di lì. Americano per ius soli, Gustavo, suddito dell'Impero austro-ungarico. Ma anche «orgogliosamente italiano - sottolinea con una punta di durezza Carla Menapace -. La nostra lingua madre era quella di Dante, sia chiaro, che mio padre imparò prestissimo a leggere e scrivere, ancora in America». Tornati in Valle, Gustavo, giovanissimo, va apprendista panettiere a Rallo. Impara l'arte, e apre una bottega a Cles. Quando il Kaiser - nel 1914 - dichiara guerra a mezzo mondo, lui, americano per nascita, italiano di madrelingua, austroungarico per cittadinanza, ormai di anni venti, viene chiamato alle armi: Kaiserjäger. Il 26 ottobre 1914, è di stanza a Bressanone al 2° Reggimento Cacciatori tirolesi destinato al fronte orientale.
Scaraventato al fronte
Il 19 febbraio 1915 parte per il fronte in Galizia. Annota le tappe sulla tradotta: Pusteria, Carinzia, Vienna e Cracovia, fino alla stazione di Bochnia. «Il 26 febbraio siamo già sul campo di battaglia. Fortunatamente passo due mesi su questo fronte galiziano-carpatico senza essere né ferito, né ammalato, né agghiacciato, malgrado l'orribile freddo che fa in queste regioni». Per due mesi sopravvive ad attacchi e contrattacchi, selve di fucileria, massacri alla baionetta. Gli austriaci tentano di sfondare le linee. Migliaia di morti.«Mucchi di morti». Il 10 maggio 1915, Gustavo cade nelle mani delle truppe zariste vicino Pilzno-Tarnówm, nell'attuale Polonia. «Tre giorni e tre notti ci fanno marciare per quelle sabbie cocenti e per quei sterminati boschi di abeti mescolati con gente di tutte le nazioni civili e militari. Finalmente alla sera del 12 maggio arriviamo a Nisko e quindi Rozwadów e diamo termine a quel martirio. Montiamo nei vagoni e alla mezza notte circa siamo a Lublino».
Il 18 maggio è nella «bellissima» Kiev. «Eravamo radunati circa 1.500 prigionieri austriaci dei quali siamo 17 italiani. Noi italiani ci siamo radunati assieme. Dopo due giorni di sosta, il 20 maggio, riprendiamo il viaggio». Racconta il viaggio sui carri bestiame verso l'interno della Russia «immensa» passando per Kovel, Kiev, Poltava, Charkiv, Saratov, fino a Volsk, sulle rive del Volga. «Sono stati sei giorni spaventosi, pieni di ogni miseria e specialmente fame, tanta fame orribile». Qui inizia il secondo capitolo della guerra di Gustavo Menapace: tre anni di lavori forzati, pidocchi, fame, sfruttamento, solitudine, malattie. Deve lavorare nelle fattorie dei ricchi kulaki (era la Russia pre-rivoluzionaria), nei giacimenti di carbone e per le autorità militari e civili. Fa il taglialegna, lo spazzino, il meccanico, l'operaio. Scava canali per l'acqua, pozzi per le latrine. I prigionieri vengono ammassati in baracche fatiscenti. Nel gennaio 1916 è a Orenburg, un "oblast", una regione sui Monti Urali meridionali, al confine con il Kazakistan. Dato in proprietà al capo di un villaggio.
Venduti per quattro rubli
«Siamo stati venduti per quattro rubli al mese ai contadini - annota sul diario - . Viaggiamo quattro giorni sulle slitte tirate dai cavalli dove io credo di essere rimasto agghiacciato specialmente alle gambe». Viene spostato di continuo da una città all'altra, da un lager a un altro, da un padrone a un altro. Sempre più a est: Saratov, Penza, Samara e arriva a Sorocinsk. A un passo dall'Asia. I diari raccontano il dramma di un ragazzo di vent'anni che sente le forze affievolirsi, divorato da una solitudine «sterminata come la steppa». Scrive il primo gennaio 1917: «La notte nella quale si suona l'agonia dell'anno 1916 e si comincia il 1917 è giunta. Ed è per me una notte tragica. Mi trovo prigioniero in Russia. Non come semplice prigioniero, bensì devo accudire ad un duro lavoro che può egregiamente essere chiamato un lavoro forzato». Il 3 gennaio 1917, l'ennesimo trasferimento. Lo dividono da Andrea Tondini, il compagno con cui ha condiviso tutto: fronte e prigionia.
«Restiamo nel vagone uno accanto all'altro, piangendo e lacrimando. Da lungo tempo non piangevo. Mi ricordo l'ultima volta che piansi così, straziato, sulla stazione di Bressanone, quando salutai mio fratello Pio. Ho pianto sul fronte Galiziano, una notte d'inverno freddissima, trovandomi in un momento di affanno nella trincea sottoterra come i vermi, pensando alla mia cara mamma. Passai inoltre tre brutti mesi in mezzo al fragore delle granate senza pianto, e qui piango due giorni come un tenero fanciullo per la separazione del mio migliore amico. Sarà per me certamente acerba la vita dovendo rimanere in mezzo a gente di altre nazioni, che non parlano che lingue a me tutte sconosciute, senza nessun conforto, senza nessuna parola d'aiuto».
Senza diritti, peggio delle bestie
Domenica 7 gennaio 1917, Natale Russo. Menapace è a Perm sul fiume Kama, mille chilometri a est di Mosca. Il freddo è terribile: meno 40. «Soffia un vento dal Polo Nord. Le genti sono tutte vestite a festa e noi poveri prigionieri condannati al lavoro giorno e notte. Quando si ripensa al tempo in cui eravamo liberi ed equiparati agli uomini, oh! allora, questa vita è dura. Oltremodo dura, pensando che l'uomo ha i suoi diritti e qui non può avere nemmeno quello che anche le bestie esigono. Nessun tempo per dormire, sempre sporchi di carbone e accompagnati da qualche pidocchio, senza biancheria per cambiarsi e pulirsi. Questa oppressione morale è ben dura e oltremodo accompagnata dal lavoro pesante».
Si lotta contro il freddo. «Siamo costretti a lavorare col naso, con le mani, con le orecchie, e anche con altre parti delicate del corpo, ghiacciate. Venti così forti e così turbinosi da impedire perfino di uscire dalla porta. Un vento che copre tutte le strade di neve. Un'aria così malefica e fredda, frizzante che brucia la pelle come olio bollente. Fra noi prigionieri si dice sempre: fortunato quell'uomo che tiene la barba il quale è preservato dal freddo».
Si lotta contro la morte. «Purtroppo questa stagione di inverno fa una strage immaginabile fra i gruppi dei poveri prigionieri senza vestiti o per di più senza nutrimento e costretti a lavorare nei boschi e all'aria sotto tutte queste pessime intemperie». Si lotta per il cibo. Per la legna. Per una paga adeguata al lavoro: quattro copechi per comprare un filone di pane nero. «Fame. Fame. Fame».
Un giorno uccidono dodici corvi da cucinare con la Kasha, la polenta povera di grano saraceno. Gustavo Menapace - per sopravvivere- inizia a comportarsi come i russi. Si veste come loro: colbacco, stivali di feltro, il tulup, il giaccone di pecora che ripara fino alle ginocchia. Si fa crescere la barba per vincere il gelo. Ragiona come un russo. Annota parole, trascrive canzoni e poesie.
Finalmente senza catene
La grande Storia va avanti, macina uomini e donne, nazioni, popoli. Autunno 1917: l'impero zarista viene travolto dalla Rivoluzione d'Ottobre. Il sistema delle caste e dei padroni gli si sgretola sotto gli occhi. Il 10 dicembre 1917, scrive: «Finalmente sono libero dalle pesanti catene». Le nuove autorità bolsceviche gli rilasciano un permesso di soggiorno - come ex prigioniero - nella città di Perm. A 3.500 chilometri da casa. Quando, alla fine del 1918, riesce a tornare, la guerra ha rimescolato le carte anche in Trentino. Non è più suddito di Francesco Giuseppe, ma dei Savoia, cittadino italiano. Vuole recuperare gli anni perduti. Riprende il lavoro di panettiere. Lavora sodo. Apre una bottega a Tassullo. Si sposa con Adelina, una bella ragazza dai capelli corvini. Nel 1920 nasce Ines, la primogenita. In quindici anni mettono al mondo nove figli e figlie. Dopo Ines: Fabio, Cornelio, Alberto, Ilda, Annamaria, Carla, Giuseppe, e Antonio, l'ultimo, nel 1935. Alla fine degli anni Venti si trasferiscono a Bolzano.
Il panificio di via Zara
Gustavo compra un fazzoletto di terra in via Zara, nel tratto verso il Talvera. Costruisce una palazzina di tre piani. Al primo, ci mette il panificio, al secondo la famiglia, nel terzo stanze da affittare. Il panificio vola. La zona cresce. Nel cortile piazza un campo da bocce, sua grandissima passione. Di fronte al panificio - sull'angolo con viale Venezia - c'è il Bar Regina, dove un giorno capita il "gigante gentile" Primo Carnera. A due passi aprono una falegnameria, un meccanico, la redazione del giornale La Provincia di Bolzano. Vengono costruiti Ponte Druso e il palazzo Ferrari.
Durante gli anni bui della guerra, lui che ha fatto la fame e che ha due figli al fronte, fa credito, aiuta, regala uova, filoni di segale, e farina. Le bombe americane cadono tutte intorno, ma il panificio si salva. Nell'immediato dopoguerra, il nostro giornale, l'Alto Adige, in un articolo sui (tanti) sciacalli che vendono il latte annacquato e speculano sul pane, mescolando marmo a farina, consiglia ai lettori di "andare da Menapace", tra i pochi onesti e affidabili, uno dei pochi immuni ai controlli dell'Annonaria.
È tra i primi a importare la pregiata farina Manitoba dal Canada. Dagli Stati Uniti fa arrivare i macchinari per impastare. Fa tutto da solo, tratta in inglese con i fornitori. Passano gli anni, con lui lavorano moglie, figli e figlie. Carla Menapace resta poco dietro il banco. Fa la commessa in negozi di abbigliamento, va in Germania e impara il tedesco. Torna e lavora fino alla pensione al Conservatorio, segretaria dell'Orchestra Haydn. Gustavo chiude l'attività a metà degli anni Sessanta. Vende lo stabile di via Zara. La vita di Gustavo Menapace, nato il 1894 e Trindad (Colorado), si chiude a settantanove anni, il 14 dicembre 1973. Una vita di lavoro duro e anche di dolori insopportabili. Ha visto morire tre figli: Cornelio, il sacerdote, a 22 anni; Ines che ne aveva 29; Giuseppe di appena 19. Anche Adelina se ne era andata prima di lui, un giorno di marzo del 1968. Ma una vita anche molto bella, intensa e amorevole. Tra il panificio, il campo da bocce, una gita in montagna, una battuta di caccia, una birra gelata con i suo ragazzi nelle sere calde d'estate. «Ci ha lasciati col ricordo della sua forza di volontà e del suo amore», hanno scritto figli e figlie sul necrologio pubblicato sull'Alto Adige il 15 dicembre 1973. Carla, l'ultima rimasta, chiude gli album, rimette i diari nella busta. «Sono qui tutti intorno a me. Tutti».