Il ritiro sociale. Quando gli orrori dei tempi fanno aumentare la paura di crescere
C’è una parola giapponese “Hikikomori” che usiamo da tempo in italiano per raccontare la fuga dal mondo durante la crescita. È corpo fisico che scompare, distanza dagli altri o totale assenza.
Noi lo abbiamo chiamato ritiro sociale, cioè eclissi totale dalla comunità dei pari, allontanamento rassicurante richiesto dall’angoscia anche se produce isolamento e solitudine.
Spesso è un allungamento dei tempi di percorrenza del viaggio per diventare uomini o donne, capaci di affrontare le complessità relazionali, la vita o il futuro sempre più oscuro e nebuloso.
È il rischio maggiore dei nuovi giovani che a volte finiscono per restar fermi anni nel laboratorio domestico, dove si sperimentano poco le salite e le discese, l’ebrezza del volo e delle trasgressioni o delle inimmaginabili regressioni.
Il pericolo di restare ai blocchi di partenza come eterni adolescenti è concreto e diffuso. Lo esprime con maestria la scrittrice statunitense Judith Viorst quando diceva che “un adolescente normale non è un adolescente normale se si comporta in modo normale”. (Distacchi, Sperling & Kupfer). Così il rischio più alto che si corre adesso in adolescenza è di camminare in bilico sul vuoto rischiando, in ogni istante, di scivolare. Meglio ritirarsi, scomparire e non esserci per nessuno.
Ma non è un comportamento patologico anche se sconvolge sempre “sapere” di un giovane chiuso in una stanza per anni, che non vuole mostrarsi alla luce, ma che non è depresso o mentalmente disturbato. È un ragazzo in fuga che tenta di riempire il vuoto incombente del tempo futuro, sconosciuto e angosciante, bensì consapevole della sua carenza di strumenti e di una gran parte di accompagnatori.
Per salire in montagna servono scarpe adatte, capaci di garantire aderenza al terreno, ma anche una buona guida, capace di indicare il percorso e sostenere nei passaggi più esposti. La crescita, che è sempre stata un atto aggressivo, ha scatenato aggressività e conflitti alimentando il classico scontro generazionale, la sfiducia e la rivalità tra nuove e vecchie generazioni.
“La gioventù di oggi è corrotta nell’anima, malvagia e infingarda, e non potrà mai essere la gioventù di una volta né conservare la nostra cultura” recitava l’iscrizione di una tavoletta Assiro-babilonese 1000 anni avanti Cristo. Il tono è uguale ad oggi, anche se ora c’è dell’altro.
Un mio giovane paziente di diciassettenne un giorno mi disse: “Io questi giovani non li capisco più” e parlava di suo fratello che ne aveva 14! Sta a dire che le generazioni del nostro tempo superveloce corrono a fianco ma faticano enormemente a capirsi.
Allora domandiamoci: Come facciamo a comprenderli noi? E sappiamo quanto è diventato difficile attraversare un’epoca di continue e veloci mutazioni? Interrogativi aperti ma che ci dicono come mai sembra più facile fermarsi o rimanere in disparte per paura di crescere.
Gli orrori pare si fermino se li lascio fuori dalla mia stanza e davanti al mio PC ci sono solo io a decidere cosa vedere o meno della realtà che mi circonda.
Se poi non ho più sogni da fare e nemmeno speranze da coltivare, mi ritrovo senza desideri e si è impoverita la spinta a oltrepassare il confine che nessuno, peraltro, mi indica più come limite.
Giuseppe Maiolo – Psicoanalista Università di Trento