Nei silenzi di Portella della Ginestra tra sole, vento e fantasmi senza volto


di Pietro Marangoni


La contagiosa vivacità delle sempre animante vie di Palermo è lontana solo meno di un’ora di macchina. Ma lassù il silenzio è assoluto. Il paesaggio è ampio e severo, rude e antico.

Portella della Ginestra, è un luogo selvaggio dove la natura, il sole e il vento (che spazza quell’ampio ampio valico che collega Piana degli Albanesi a Montelepre e S. Giovanni Jato) paiono rammentare che quel luogo … “cosa nostra è”. Da sempre. Sono quelli luoghi i cui nomi vanno ancor oggi pronunciati a mezza voce. Evocano fantasmi inquietanti.

Proprio lassù, a Portella della Ginestra l’ 1 maggio del 1947, venne stata scritta pagina tanto sanguinosa quanto oscura della storia della neonata Italia repubblicana. La prima di una lunga stagione. Fu quella una pagina controversa sulla quale sono state scritte migliaia di parole, a mai quella di una definitiva e univoca verità tant’è che - già oltre mezzo secolo fa - Leonardo Sciascia sostenne, profeticamente, che: “l’Italia è un paese senza verità”.

Ma vediamo cosa successe quel 1° maggio di 79 anni fa. La narrazione ufficiale vuole che Salvatore Giuliano, primula rossa dell’ indipendentismo siciliano, alla testa dei suoi “banditi” compì una strage. Come ben ricostruito anche nel celebre film di Francesco Rosi il bandito avrebbe fatto fuoco dalle pendici del sovrastante monte della Pizzuta sui braccianti che lì si erano ritrovati per festeggiare non solo il primo maggio, festa del lavoro, ma anche la netta vittoria elettorale della settimana precedente da parte della coalizione di sinistra. Quel giorno la festa sfociò così in tragedia. Un massacro che costò la vita a ben 11 persone tra cui 2 bambini.

Le versioni di quei fatti furono, da subito, molte. Spesso divergenti e contradditorie. A incominciare dalla controversa figura del “bandito” Giuliano. Paladino della libertà, o capo popolo prezzolato e al servizio di qualcuno? Agguato di mafia? Regolamento di conti tra fazioni politiche locali? O, addirittura, torbido intrigo internazionale? La verità, come la vita degli assassinati, morì uccisa in quello stesso giorno. Le certezze oggi sono solo i troppi interrogativi che attendono risposta. A partire da chi realmente sparò a Portella della Ginestra a chi “eliminò” il bandito Giuliano per finire a con il famoso caffè avvelenato servito nel carcere all’Ucciardone di Palermo a Gaspare Pisciotta il “picciotto” troppo loquace che durante il processo in Corte d’Assise a Viterbo fece nomi troppo “imbarazzanti”.

L’intera vicenda è - e resta ancor oggi - una intricata e scottante “scatola cinese”. Una di quelle dove l’omertà è …il verbo. Negli atti ufficiali del processo in Corte d’Assise a Viterbo (1950/1952) contro “la banda Giuliano” è interessante leggere, tra l’altro, che: “I colpi mortali sparati, al pari di quelli che hanno provocato i feriti, sono tutti radenti. In pratica sono stati sparati da qualcuno che si trovava nel mezzo della folla. Non sono stati sparati da chi, come gli uomini di Giuliano, si trovavano sulle alture”. Ma allora chi sparò veramente? La stessa americana Wikipedia scrisse di recente: “Nonostante non siano mai stati individuati i mandanti della strage sono certe le responsabilità degli ambienti politici siciliani con l’aiuto di alcune frange statunitensi”. L’ombra lunga dei servizi segreti Usa, benché sempre latente, non è però mai stata né smentita né confermata anche in virtù del fatto che gli atti relativi furono secretati dal presidente Napolitano e sono tutt’ora top secret.

Oggi a Portella della Ginestra, luogo di suggestione infinita e “genius loci” della Sicilia contadina. i fantasmi del passato sono ancora lì: immobili, ingombranti e invisibili. Hanno la forma di quei possenti macigni di pietra che l’artista campano Ettore de Concillis, assieme all’architetto Giorgio Stockel, ha intelligentemente voluto collocare su quei prati assolati che furono il tragico teatro del primo dei troppi “misteri” d’Italia.













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