C’era un tempo in cui si discuteva di calcio. Di moduli, di schemi, di fuorigioco. Oggi, attorno alla nazionale tedesca, si discute di tutto tranne che di calcio. Identità, immigrazione, diritti civili, religione, integrazione, multiculturalismo: la Mannschaft è diventata uno specchio deformante delle ossessioni dell’Occidente contemporaneo. Ogni torneo internazionale produce una nuova polemica e ogni polemica sembra più importante delle partite.


Nel 2018 furono le fotografie di Mesut Özil e Ilkay Gündogan con Recep Tayyip Erdoğan. Nel 2022 fu la protesta contro le restrizioni ai diritti LGBT in Qatar, con i giocatori che si coprirono la bocca nella foto ufficiale. In entrambi i casi, la nazionale finì per essere giudicata più per i suoi messaggi che per il suo gioco. E in entrambi i casi uscì dal Mondiale al primo turno.


Ora, agli inizi del Mondiale 2026, la controversia ha assunto una forma nuova e per certi versi più sorprendente. Non riguarda un presidente autoritario né una battaglia culturale importata dai campus americani. Riguarda un giovane attaccante che, dopo aver segnato, si inginocchia e dedica il gol a Gesù Cristo.


Felix Nmecha, padre nigeriano e madre tedesca, Bibbia spesso in mano e fede esibita senza complessi, ha scoperto involontariamente una delle grandi contraddizioni della nostra epoca. Per anni una parte della destra europea ha guardato con sospetto alle trasformazioni etniche e culturali delle nazionali occidentali, considerate il simbolo di un’identità nazionale in dissoluzione. Ora, però, proprio un calciatore figlio dell’immigrazione viene celebrato come difensore delle radici cristiane dell’Europa.


Dall’altra parte, molti ambienti progressisti che hanno applaudito ogni gesto politico compiuto dagli atleti in nome dell’inclusione e dei diritti mostrano improvvisamente meno entusiasmo quando il messaggio riguarda la religione. Il calciatore impegnato andava bene, il calciatore credente un po’ meno.


È il paradosso dei nostri tempi. La destra che teme l’ingresso della religione negli spogliatoi dimentica rapidamente le proprie preoccupazioni quando quella religione è il cristianesimo. La sinistra che chiede agli sportivi di prendere posizione su tutto preferirebbe che restassero in silenzio quando la posizione non coincide con la propria sensibilità culturale. Nmecha non è il problema. Semmai è il test di coerenza che entrambe le parti stanno fallendo.


In fondo, il caso racconta qualcosa di più profondo della semplice vicenda di un’esultanza. La Germania contemporanea è un Paese molto diverso da quello di trent’anni fa, la sua nazionale ancora di più. I figli dell’immigrazione non portano necessariamente con sé un’identità progressista, cosmopolita e secolarizzata. Possono essere conservatori, religiosi, patriottici. Possono complicare gli schemi mentali tanto della destra quanto della sinistra.


È questa la vera sorpresa che emerge dal dibattito. Per anni il multiculturalismo è stato raccontato come una marcia inevitabile verso una società sempre più uniforme nei valori liberal e sempre più distante dalle appartenenze tradizionali. Ma la realtà è meno ordinata. Il pluralismo non si misura soltanto nei cognomi o nel colore della pelle, ma anche nelle idee, nelle fedi e nei sistemi di valori che attraversano una società.


Così, chi immaginava che l’immigrazione avrebbe prodotto automaticamente cittadini più secolarizzati e progressisti scopre oggi una realtà molto più complessa e contraddittoria. Così una semplice esultanza dopo un gol contro Curaçaoè diventata l’ennesimo capitolo della guerra culturale permanente. Una guerra che ormai utilizza il calcio come terreno di scontro simbolico.


La nazionale tedesca sembra condannata a interpretare questo ruolo: non più soltanto squadra di calcio, ma fanteria ideologica chiamata a combattere battaglie che con il pallone hanno poco a che fare.


Eppure esiste una soluzione semplice, quasi rivoluzionaria nella sua banalità. Giudicare i calciatori per come giocano. Lasciare che la politica resti politica, la religione resti religione e il calcio resti calcio.


Naturalmente non accadrà. Perché nel XXI secolo una maglia della nazionale pesa meno di un simbolo. E ogni gol, prima ancora di finire negli highlights, deve passare attraverso il tribunale delle identità.


Il risultato è che una squadra di calcio continua a disputare partite. Mentre il resto del Paese discute di civiltà, valori e destino dell’Occidente. Con una differenza: almeno sul campo, ogni tanto, qualcuno segna.