Rileggere Frankenstein, moderno Prometeo
Due settimane fa, parlando di “Povere creature” di Alasdair Gray, avevo menzionato il capolavoro di Mary Shelley (1797-1851), “Frankenstein, o il moderno Prometeo”, pubblicato nel 1818. Tutti conoscono la storia, se non altro per le tante trasposizioni cinematografiche, compresa quella spassosissima di Mel Brooks, “Frankenstein junior”. In realtà rileggere il romanzo, concepito, come noto, in un’estate tempestosa trascorsa da Shelley con il marito Percy, lord Byron e John Polidori a villa Diodati, sul lago di Ginevra, riserva qualche sorpresa.
Innanzitutto vi si trovano alcune pagine che potremmo definire “letteratura di montagna”, con descrizioni grandiose delle Alpi svizzere attorno a Chamonix, in perfetto stile romantico. È qui, infatti, su un ghiacciaio, che Frankenstein incontra per la prima volta la sua creatura, dopo averla generata nel suo laboratorio – una soffitta di Ingolstadt – e subito precipitosamente abbandonata. In secondo luogo, la creatura immaginata da Mary Shelley, a differenza di molti dei mostri cinematografici che ad essa sono ispirati, non è affatto un essere privo d’intelligenza. Dopo la scena dell’incontro sul ghiacciaio, infatti, invita il suo creatore in un rifugio sulla montagna e qui si racconta, in maniera molto toccante.
La vicenda del “mostro” scaturito dall’ambizione prometeica del giovane Frankenstein di sfidare le leggi della natura (in particolare quelle della vita e della morte) è dolorosa. Ripudiato – senza alcuna ragione solida – dopo la sua “nascita”, è stato costretto a vagare per il mondo, un mondo che lo respinge solo per il suo aspetto fisico, oltre che, all’inizio, per la sua non-conoscenza del linguaggio umano. Particolarmente commovente la parte in cui racconta il suo approdo in un casolare, dal quale può spiare, non visto, la vita di una piccola famiglia di montanari. La creatura rimane affascinata da questo quadretto domestico (che Shelley complica poi inutilmente con una lunga digressione). Osservandolo, scopre comportamenti ed emozioni che sarebbe stato Frankenstein a doverle insegnare.
Il libro poi prosegue come sappiamo verso il suo finale drammatico, anche se aperto. Scaturito da una mente brillante – quella di Mary Shelley, nata Wollstonecraft e Godwin, la cui vita anticonformista si legge come un romanzo – contiene riflessioni e insegnamenti validi ancora oggi, su temi come l’arroganza (ma anche la superficialità) della scienza, il ruolo dell’educazione e dell’ambiente nella costruzione della personalità, la condanna che il mondo riserva ai “diversi”, trasformandoli in mostri. E non da ultimo, il bisogno di ogni creatura di avere un/una compagno/a. La solitudine è difficile da sopportare anche per una “creatura”.