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Tornano i racconti  di Dylan Thomas 



Comico e magico sono due fra gli aggettivi che si usano più spesso per descrivere la prosa di Dylan Thomas, il grande poeta gallese la cui influenza sul panorama culturale del secondo dopoguerra (e anche sulla cultura cosiddetta "pop") è pari forse solo a quella di Allen Ginsberg, almeno nel campo della poesia. In realtà non si spiega mai abbastanza che i racconti di Thomas sono innanzitutto racconti realisti, anche se trasfigurato da un linguaggio immaginifico e anche se affondano di frequente nel mondo dell'infanzia e dell'adolescenza, che è favoloso per definizione. Einaudi pubblica ora una nuova raccolta completa delle prose dylaniane, I racconti (traduzioni di Floriana Bossi, Lucia Rodocanachi, Angelo Fauno e Claudia Canale, prefazione di Gabriele Frasca). Un'ottima occasione per scoprire o riscoprire la prosa di Thomas – in tutto 35 racconti suddivisi in quattro sezioni – che è non meno emozionante della sua poesia.

Thomas è un autore "eccessivo", ed in questo è il prototipo del poeta. È stato anche un autore versatile e tutt'altro che schivo, che utilizzò volentieri la radio (la BBC) per diffondere le sue parole, anche quando su Londra piovevano le V2 tedesche, che si concesse quattro applauditissime tourné negli Stati Uniti (leggeva composizioni sue ma anche di altri autori), che usava il pub del paesino gallese di Laugharne come suo ufficio personale, che amò molte donne, bevve esageratamente e morì a New York, nel 1953 (soggiornava nel leggendario Chelsea hotel) dopo l'ennesima notte alcolica al White Horse.

La sua raccolta di racconti più famosa si intitola Ritratto dell'artista da cucciolo (sarebbe “di cane”, ma in Italia non viene tradotto). Il titolo è ovviamente un richiamo, e uno sberleffo, a Joyce.

Le storie raccontate sono quelle di Swansea, la città marinara dove era nato, una Swansea popolare, di ubriaconi e servette, di case cadenti, fiere e parchi gioco. Appena fuori, la straordinaria natura del Galles, con le sue maree, le sue brughiere e le sue scogliere, fra cui quella famosa, nei pressi di Rosshili, che dà il titolo ad un racconto, La testa del verme. Le vicende a volte sono filtrate dalla presenza di un bambino, come in Il giorno della neve, in cui due donne coalizzate smascherano un dongiovanni che le frequenta entrambe, o mettono al centro giovani affamati d'amore ma destinati allo scorno, come in Sabato d'estate, dal finale quasi onirico, che vede il protagonista perdersi in un dedalo di catapecchie e case a ringhiera, smarrendo la strada per l'appartamento della donna che gli ha promesso una notte di passione.

Negli squarci urbani, con quei lunghi elenchi di persone, vie, edifici, ciminiere, binari, cantieri, macerie, Thomas sembra quasi anticipare la prosa immaginifica dei beat; niente di strano che Bob Dylan abbia mutuato dal poeta il suo nome d'arte. Nei dialoghi, serrati, teatrali, emerge lo spirito d'osservazione di Thomas, la sua capacità di leggere il mondo e gli esseri umani che lo abitano. C'è, anche, a volte, in effetti, un che di comico, di picaresco, ma mai in quantità eccessiva, né mai virato al grottesco; lo sguardo di questo grande scrittore, fino all'ultimo, fino al radiodramma Sotto il bosco di latte, che sarà il suo involontario testamento, mescola lo stupore meravigliato per la varietà e l'irregolarità dell'esistenza alla nostalgia: per la propria infanzia, certo, sorta di grande cornucopia, ma anche per il passato mitico della sua terra, che nelle liriche diventa protagonista di primo piano.

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