PHOTO
BOLZANO. Arrestato a 15 anni dalla Gestapo, portato in carcere, detenuto per sei mesi in via Dante e utilizzato anche come lavoratore per costruire il lager di via Resia. Tutto questo mentre su Bolzano cadevano le bombe. Parlare con Franco Passi è come svolgere una ricerca archeologica nella sua memoria, trovando preziosi "reperti" riconducibili alla storia della città e alle vicende che la devastarono nel corso della Seconda guerra mondiale. Franco Passi, classe 1928, ha conservato ricordi di giovani deportati, di ragazzini trattati da adulti, interrogati dai più feroci dei nazisti - gli uomini della Gestapo - e lasciati in celle con pulci e scarafaggi. Ne parla con normalità. Come se dicesse cose scontate, come se tanti altri, oggi, potessero raccontare le stesse esperienze. E invece no, il racconto di Passi, oggi 97enne, fatto con una lucidità invidiabile, costituisce un documento preziosissimo e sempre più raro.
L'Arrivo in Alto Adige
La sua famiglia arriva a San Candido dal bergamasco nel 1932. Il padre Enrico, Cavaliere di Vittorio Veneto, prestava servizio nella milizia ferroviaria. Origini nobili quelle del 97enne. «Sarei conte Franco Passi Preposoli» dice sorridendo «ma lasciamo stare, questa è un'altra storia». Ricorda invece quando in Val Pusteria «il 10 giugno 1940, a 10 anni seppi che l'Italia era entrata in guerra alleata della Germania. Mi caddero le braccia. Nonostante l'età capivo che sarebbe stato un disastro». Aveva ragione e, tra l'altro, ha rischiato anche di essere arruolato nella Wehrmacht. Sarebbe stato un paradosso per la sua famiglia dato che il padre aveva combattuto contro gli austroungarici appena 20 anni prima. «Sarei diventato concime per il terreno in Russia se mio padre, appena compiuti 16 anni, non mi avesse fatto assumere nelle Ferrovie» dice.
I ragazzi del collegio militare
Ma la storia di Franco, quella che va raccontata, comincia con l'Armistizio dell'8 Settembre 1943, quando lui, 15enne, scampa ad un primo pericolo. «Frequentavo il collegio militare che era in viale Trieste di fronte a dove oggi c'è il lido di Bolzano - racconta - L'8 settembre io ero ancora a casa a San Candido per le vacanze estive ma molti miei compagni, provenienti da tutta l'Italia, erano già rientrati, alcuni non se ne erano mai andati. Non so quanti fossero nel collegio nel momento in cui arrivarono i tedeschi e li portarono tutti in Germania. Di loro non se ne seppe più nulla».
L'arresto di carabinieri e finanzieri
A San Candido l'Armistizio fece sparire tutti i carabinieri e i finanzieri. «I tedeschi non arrivarono; erano già lì. Fino ad allora erano nostri alleati. Arrestarono tutti gli italiani in uniforme. Le caserme rimasero vuote e i magazzini, anche quelli dove venivano custodite le armi, rimasero senza sorveglianza». Il clima tra la popolazione di madrelingua tedesca e quella italiana non era mai stato buono e quel cambiamento repentino in cui l'Alto Adige divenne improvvisamente Germania, rinvigorì l'astio e la voglia di liberarsi degli italiani. «In uno di quei magazzini noi ragazzi andavamo a cercare armi. C'erano bombe a mano che facevamo esplodere nel lago per pescare».
L'arresto da parte dei tedeschi
Andò bene fino a quando «un uomo della zona ci denunciò ai tedeschi e, in dieci tra i 12 e i 16 anni, venimmo arrestati perché trovati in possesso di quelle armi che usavamo per giocare. Un ragazzo di 16 anni venne subito deportato in Germania, un altro venne liberato, forse perché troppo piccolo. Noi altri venimmo impiegati per ripulire le caserme lasciate vuote dai carabinieri e dai finanzieri».
La ritorsione
I tirolesi del posto «volevano che le nostre famiglie, tutte italiane, lasciassero la zona. Loro promettevano che ci avrebbero fatto liberare. Noi dicemmo ai nostri genitori che la nostra casa era qui e che avremmo ben accettato qualche giorno di prigione pur di rimanere». Ma non fu soltanto qualche giorno, e il peggio arrivò un mese dopo quando «il 16 gennaio ci trasferirono a Bolzano trasportandoci con una tradotta ferroviaria scortata dai militari tedeschi». Eppure erano un gruppo di ragazzini. «Ricordo che, già allora, a Fortezza ci fecero cambiare treno e ci portarono nel carcere di via Dante a Bolzano. La prima notte ci fecero dormire in una cantina. Poi ci divisero nelle celle insieme agli adulti senza nessuna distinzione nonostante fossimo minorenni. Eravamo una decina in ogni cella, un buco come gabinetto e materassi pieni di pulci per terra».
Interrogato dalla Gestapo
L'interrogatorio subito a opera della Gestapo, la terribile polizia politica tedesca è una delle cose che Franco non potrà mai dimenticare. «Avevo di fronte un ufficiale che aveva uno scudiscio posato sulla scrivania, e una segretaria molto bella che faceva da traduttrice. Volevano sapere cosa ne avremmo fatto di quelle armi, forse sospettavano che volevamo darle ai partigiani, oppure volevano sapere se le avremmo usate contro i tedeschi. Con me non adoperò lo scudiscio, lo sbattè forte sulla scrivania soltanto quando si rese conto che capivo il tedesco, quando poco prima, gli avevo detto il contrario. Chi venne dopo di me, invece, lo ha "assaggiato" almeno tre volte sulla schiena».
Le dure condizioni in carcere
La condizione carceraria era dura. «Eravamo stipati nelle celle e quando i guardiani, tutti sudtirolesi, venivano a controllare le sbarre la notte, ci camminavano addosso mentre dormivamo. Avevamo ciascuno una ciotola sbeccata e un cucchiaio di legno con cui mangiavamo brodo con erba. La mattina un misurino di caffè dolce e una pagnotta di pane. A Pasqua la pastasciutta».
I bombardamenti
Fuori le cose non andavano meglio. «Sentivamo i bombardamenti e qualche volta ci portarono in cantina. Una notte una bomba centrò il tetto del carcere ma i danni si fermarono ai piani superiori e la struttura resistette. Il teatro di fronte, invece, crollò».
Al lavoro nel Lager
Nel 1944. mentre costruivano il lager in via Resia «ci chiesero se volevamo andare a lavorare promettendoci cibo migliore e più abbondante. Non sapevamo cosa fosse quel posto. Andammo per alcuni giorni trasportati sul rimorchio di un trattore scortati dai soldati tedeschi e all'interno ci liberavano perché da quel perimetro certamente non potevamo scappare. Poi decidemmo di non andare più. Meglio la fame».
Il processo e la scarcerazione
Il 16 giugno ci fu il processo. «Venimmo giudicati dal tribunale speciale delle Prealpi e condannati a tre mesi di reclusione. Ne avevamo già fatti sei, quindi venimmo subito rimessi in libertà. Uno dei giovani che era con me era figlio di pasticciere e la prima cosa che facemmo, fu una super colazione. Me la ricordo bene dopo tanta fame».
Il rischio di finire nella Wehrmacht
Tornato a San Candido Franco si trovò davanti un altro pericolo: l'arruolamento nella Wehrmacht. I tedeschi, infatti avevano cominciato ad arruolare anche i 16enni e lui era prossimo a diventarlo. «A settembre avrei compiuto l'età giusta per essere arruolato dai tedeschi. Mi salvò il capostazione di San Candido, un tale Marsilli, credo si chiamasse Giovanni ed era trentino. Disse a mio padre il rischio che stavo correndo e consigliò di presentargli una richiesta scritta per la mia assunzione nelle Ferrovie. Così mio padre fece e venni assunto. In quanto appartenente al personale delle Ferrovie venni considerato forza indispensabile allo sforzo bellico e non potevo essere arruolato. Quel Marsilli mi salvò la vita - dice ancora grato a quell'uomo che conosceva a malapena -. Se fossi partito per la guerra non sarei tornato vivo». Franco, dopo la guerra, è rimasto ferroviere, ma a 21 anni è partito per il servizio militare di Leva italiano. È stato Alpino a Merano. Tornato la lavoro in Ferrovia, ha fatto carriera diventando responsabile della tratta di confine tra Italia e Austria al Brennero.
Il ritorno in carcere
«Qualche anno fa ho chiesto ad un amico carabiniere se fosse possibile tornare a vedere la cella dove sono stato recluso nel carcere di via Dante. Il militare ottenne i permessi necessari e sono potuto rientrare in quella cella. Sapevo bene dove fosse. L'interno, però era molto diverso. Dove c'era il "buco" c'era un gabinetto, e i letti non erano più materassi gettati a terra ma letti a castello. Mi sono commosso». Oggi, alla soglia del secolo di vita, dopo aver sciato fino a 90 anni e aver cresciuto due figli, dice di non aver nemici. «Chi mi ha fatto del male è morto da un pezzo anche per gli accidenti che gli ho mandato» dice scherzosamente davanti ad un "bianco". Tutte le mattine Franco scende di casa, incontra il suo gruppo di amici, tutti ultra 70enni, e insieme vanno nello stesso locale del centro per fare un aperitivo. «Sono tutti giovanotti - dice - Purtroppo, quelli della mia età ce ne sono sempre meno».


