BOLZANO. Il passato a Roma sta sotto i sampietrini, nelle viscere dei palazzi, dietro le porte delle chiese, dove secoli differenti si sono accatastati gli uni sugli altri come pagine di un libro. La capitale cammina con le reliquie dei suoi eroi accanto. Li porta sulle spalle senza lamentarsene, come una madre porta il peso di un figlio addormentato.

Arianna Ruotolo, fin da piccola, ha imparato a portare quel peso insieme alla città, senza sentirlo come un fardello, ma come una storia da custodire. È nata a Bolzano, e sulle montagne suo padre cercava fossili insieme ai figli. Poi sono arrivati il liceo classico, l'università "La Sapienza", l'Egittologia, i geroglifici studiati all'Istituto Pontificio Biblico. È arrivato il lavoro nei cantieri dell'archeologia preventiva, dove l'archeologo deve sorvegliare il presente affinché non distrugga ciò che appartiene al passato. E infine è arrivato il Vaticano, con le sue basiliche, le sue regole, le Stanze di Raffaello, la Galleria delle Carte Geografiche e quella sezione egizia che, inevitabilmente, la riporta alla sua prima grande ossessione.

Che bambina era? Aveva già una curiosità particolare per l'arte?

Penso di essermi appassionata soprattutto all'archeologia, più che all'arte. Questa passione mi è stata trasmessa dai miei genitori. Da bambini ci portavano sempre nei musei. È qualcosa che mi è venuto naturale quando è arrivato il momento di scegliere la facoltà universitaria. Non ho mai pensato: «Ma con questo ci si guadagna da vivere?»

Quanto conta la preparazione accademica per chi vuole lavorare nel turismo culturale e quanto, invece, si impara sul campo?

Quello che faccio adesso ha relativamente poco a che fare con l'archeologia. Quest'estate ho superato il concorso nazionale per diventare guida turistica e ho ottenuto il patentino. Ora lavoro per l'Opera Romana Pellegrinaggi e sto preparando le visite guidate al Foro Romano e al Colosseo. Tutto quello che ho studiato, però, torna utile. È una conoscenza che mi porto dietro.

Dopo l'università ho lavorato anche nell'archeologia preventiva. Quando viene aperto un cantiere edile, deve esserci un archeologo, con almeno una laurea magistrale, che segua i lavori e controlli che non vengano distrutti eventuali reperti o testimonianze importanti. Se vengono trovati dei resti archeologici, bisogna documentarli e dialogare con la ditta affinché non vengano danneggiati. È un lavoro che a Roma è particolarmente importante.

E il Vaticano è entrato nella sua esperienza professionale ancora prima del patentino?

Sì. Ho già fatto delle visite guidate al Palazzo Lateranense e alla Basilica di San Giovanni in Laterano. Questi siti godono di extraterritorialità dopo i Patti Lateranensi, essendo proprietà del Vaticano, quindi potevo svolgere lì l'attività di guida senza patentino. Adesso inizierò una preparazione più approfondita.

Il suo grande amore rimane però l'antico Egitto.

Sì, e Roma è piena di Egitto. Ci sono gli obelischi, c'è la collezione egizia dei Musei Vaticani, ci sono testimonianze ai Musei Capitolini e al Museo Barracco. I romani erano molto affascinati dalla terra dei Faraoni. Uno dei reperti più importanti del Museo Egizio di Torino è la Mensa isiaca, una lastra nella quale sono rappresentati riti e miti legati al culto di Iside. Ma non è un manufatto dell'antico Egitto: è un prodotto di epoca augustea, realizzato a Roma. Questo dice molto di quanto i romani fossero incuriositi dalla civiltà delle piramidi.

Che cosa li affascinava così tanto?

I romani erano colpiti anche dall'importanza che gli egizi attribuivano alla morte. C'era qualcosa di profondamente affascinante in quel modo di concepire il rapporto tra la vita e l'aldilà.

Quanto studio c'è dietro una visita guidata di un'ora o due?

Mesi. Quello che facciamo non riguarda soltanto le visite guidate: ci occupiamo di diversi servizi legati al turismo religioso. Io faccio ricerche quando torno a casa, ma ci vengono anche messe a disposizione giornate di studio, durante le quali possiamo dedicarci interamente alla preparazione. Inoltre facciamo affiancamenti con guide che svolgono questo lavoro da molti anni. Possiamo costruire percorsi che mettano insieme San Giovanni, San Pietro e le altre grandi basiliche di Roma, ma anche itinerari in altri luoghi legati al pellegrinaggio, come Lourdes o Medjugorje.

Essere una guida del Vaticano significa anche vivere un ambiente di lavoro molto particolare.

Sì. Io sono una dipendente vaticana. Per lavorare per loro devi dimostrare di essere battezzato, di aver ricevuto la comunione e la cresima. Se sei sposato, devi esserlo in Chiesa. Io ho dovuto portare tutta la documentazione e anche una lettera scritta dal mio parroco che attestasse che ero una buona cristiana. È un ambiente lavorativo insolito: devi entrare in un certo modo. Ci sono anche regole sull'abbigliamento. Non puoi avere minigonne né spalle scoperte, come del resto accade nelle quattro basiliche papali: San Giovanni, San Pietro, San Paolo e Santa Maria Maggiore.

Ho fatto gli scout per tutta la vita, quindi conosco bene l'ambiente e la religione cattolica. Da quando lavoro per loro ho partecipato a diverse messe. Per esempio, ce n'è una prevista per l'inizio del nuovo anno.

E cosa significa, concretamente, essere una dipendente del Vaticano?

Significa anche poter accedere alla Città del Vaticano per fare la spesa, cosa che altrimenti non sarebbe possibile. Ho diritto pure ai servizi sanitari del Vaticano, che però vengono detratti dallo stipendio. L'anno scorso, durante il Giubileo, c'è stata una giornata dedicata ai dipendenti e alle loro famiglie. La nostra associazione era coinvolta e sono state organizzate visite gratuite. È stata una rarità assoluta: per la prima volta ho visto il Vaticano vuoto.

Qual è il luogo del Vaticano che ama di più?

Le Stanze di Raffaello sono la mia zona preferita. Mi piace molto anche la Galleria delle Carte Geografiche. E naturalmente la sezione egizia, che per me ha un fascino speciale.

Qual è il visitatore o il gruppo che ricorda più volentieri?

Ci sono diversi livelli di turismo. Ci sono i visitatori realmente interessati, che sanno dove stanno andando, e poi ci sono quelli inconsapevoli, che magari arrivano soltanto per scattarsi una fotografia. Da una parte è più facile, perché qualsiasi cosa racconti, ti ascoltano e pendono dalle tue labbra. Alcune nazionalità hanno sensibilità diverse nell'apprezzare l'arte.

Dove si immagina tra dieci anni? Ancora a Roma, magari di nuovo a Bolzano o in qualche altro angolo del mondo?

Bolzano per me è un esempio di musealizzazione. Ogni volta che torno vado al Museo Archeologico dell'Alto Adige, quello di Ötzi, e ne sono sempre contenta. Al di là dei ricordi che mi trasmette, lo considero un esempio di museo fatto bene, perché riesce a comunicare a persone di età diverse. Mi piacerebbe tornare, ma intanto mi godo il presente.