VADENA. Arnica, genziana maggiore e rodiola rosea. Le alte quote dell'arco alpino ospitano piante capaci di resistere a condizioni climatiche difficili e di racchiudere un patrimonio prezioso di sostanze bioattive. Al Centro di Sperimentazione Laimburg, la ricercatrice Elisa Gius studia come coltivarle in modo sostenibile, trasformando specie spontanee in una concreta opportunità per l'agricoltura di montagna.

Da dove nasce la sua passione per le piante alpine?

L'idea che "per ogni male cresca un'erba" mi ha sempre affascinata. Dopo la laurea magistrale in scienze orticole a Vienna e a Monaco di Baviera, ho acquisito le mie prime esperienze pratiche nel settore delle piante officinali e aromatiche presso l'istituto di ricerca Agroscope, in Svizzera. Dopo il lavoro nei campi sperimentali, mi addentravo tra le montagne del Vallese per osservare come le piante riescano a sopravvivere e prosperare anche in condizioni difficili. Negli anni successivi ho lavorato nel settore orticolo in Tirolo come consulente e nel 2017 abbiamo avviato uno dei primi progetti di coltivazione della genziana maggiore. Questo progetto ha aperto nuove prospettive per il mio percorso professionale. Proprio grazie a questo lavoro ho conosciuto Manuel Pramsohler, oggi responsabile del mio gruppo di lavoro presso il Centro di Sperimentazione Laimburg. Quando in seguito mi sono trasferita con la mia famiglia in Alto Adige, mi è stato subito chiaro che il Centro Laimburg fosse il luogo ideale per mettere a frutto la mia esperienza e la mia passione.

Cosa rende le piante alpine così interessanti?

Le piante alpine sono vere maestre di sopravvivenza. Crescono in condizioni che per molte altre specie vegetali sarebbero troppo estreme: forte irraggiamento solare, notevoli escursioni termiche tra il giorno e la notte, periodi vegetativi molto brevi e terreni spesso poveri di nutrienti. Per adattarsi a queste sfide, nel corso dell'evoluzione hanno sviluppato strategie particolari. Tra queste, la produzione di sostanze che svolgono una funzione protettiva, aiutando le piante a difendersi dai raggi UV, dalla siccità, dal freddo, da organismi dannosi e da erbivori.

Perché coltivarle è una sfida?

La domesticazione e la coltivazione mirata di molte piante alpine sono iniziate soltanto negli anni '80 e '90. Di conseguenza, vi sono ancora numerosi aspetti da approfondire. Una sfida particolare riguarda la coltivazione delle specie utilizzate per le loro radici, come la genziana maggiore o la rodiola rosea. Queste piante richiedono spesso quattro o cinque anni prima di poter essere raccolte. Durante questo lungo periodo, i produttori si assumono il rischio della coltivazione. I metodi di raccolta, l'essiccazione e la conservazione svolgono un ruolo fondamentale per la qualità del prodotto. Per questo motivo, una gestione attenta dell'intera filiera produttiva è essenziale per ottenere prodotti di elevata qualità. Proprio per questo la ricerca scientifica è fondamentale.

La ricerca scientifica su cosa si focalizza?

La ricerca sulle piante officinali e aromatiche, in particolare sulle specie alpine, è relativamente recente rispetto a quella dedicata ad altre colture agricole. Al Centro Laimburg diamo un supporto lungo tutta la filiera, lavorando con diverse selezioni e varietà, lo studio di tecniche di coltivazione per garantire una qualità costante dei principi attivi. Inoltre, studiamo strategie di controllo delle infestanti e dei parassiti. L'obiettivo è rendere la produzione più prevedibile, economicamente sostenibile e meglio adattata alle esigenze della pratica agricola.

In concreto ci può citare un progetto?

Attualmente lavoro nell'ambito del programma di ricerca Nurbs (Nuts & Herbs), che si pone l'obiettivo di promuovere la valorizzazione delle aree marginali e delle produzioni locali. Sono state scelte tre diverse colture minori specifiche per il Trentino-Alto Adige dal grande potenziale: noce, castagno e, appunto, alcune piante aromatiche e officinali. In collaborazione con la Fondazione Edmund Mach, che si occupa delle analisi qualitative e del contenuto di principi attivi, noi ci occupiamo di studiare le tecniche di coltivazione e raccolta. Da un lato vogliamo preservare le popolazioni spontanee e i loro habitat riducendo la raccolta in natura e, dall'altro, creare nuove opportunità di reddito per le aziende agricole delle aree montane.

Su quali piante vi concentrate in Nurbs?

Arnica (Arnica montana), genziana maggiore (Gentiana lutea), centauro maggiore (Centaurium erythraea) e rodiola rosea (Rhodiola rosea): si tratta di specie particolarmente interessanti sia per le loro proprietà medicinali sia per la loro importanza culturale per il patrimonio tradizionale locale.

Perché è importante coltivare queste specie invece di raccoglierle in natura?

Alcune di queste specie alpine sono protette o minacciate in Alto Adige, il che rende ancora più importante sviluppare metodi di coltivazione sostenibili come alternativa alla raccolta in natura. Per esempio, l'arnica è una delle piante officinali più conosciute d'Europa. Le sue proprietà antinfiammatorie e antidolorifiche sono oggi confermate anche da studi scientifici, motivo per cui continua a essere molto richiesta.

Quali sono le principali difficoltà nella coltivazione di arnica?

Di sicuro le sue elevate esigenze ambientali. Questa specie cresce naturalmente su terreni acidi e con un basso contenuto di nutrienti. Per questo motivo, per lungo tempo l'arnica è stata considerata una specie difficilmente coltivabile. Solo negli ultimi decenni è stato possibile selezionare varietà adatte alla coltivazione in campo, che ne ha reso possibile la produzione agricola. Un'ulteriore sfida è rappresentata dalla mosca dell'arnica (Tephritis arnicae), uno dei principali parassiti della specie, che ne danneggia le infiorescenze.

Che risultati emergono?

Nei primi anni il controllo delle infestanti rappresenta uno degli aspetti più critici. Sebbene siano necessari ulteriori anni di osservazione per valutare pienamente la produttività e la stabilità della coltura, per l'arnica i risultati sono incoraggianti: la specie si adatta bene alla coltivazione e ha mostrato buone prestazioni in due siti sperimentali a 650 e a 1.400 metri.

Infine, una domanda un po' filosofica: cosa significa per lei fare la ricercatrice?

Per me significa trasformare la curiosità in conoscenza e contribuire a trovare soluzioni per le sfide dell'agricoltura e della gestione sostenibile delle risorse naturali. È un lavoro che richiede passione, pazienza e la voglia di imparare continuamente.