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LAIVES/TERMENO. Si moltiplicano anche in Alto Adige i casi di carte d’identità elettroniche con il microchip rimosso: c’è chi vive di espedienti e lo vende per ricavarne denaro, chi lo toglie temendo complotti ai suoi danni, ma c’è anche chi lo clona per creare una nuova identità.
Gli ultimi casi in ordine di tempo sono stati scoperti dalla compagnia dei carabinieri di Egna a Laives e Termeno. L’ultimo episodio risale al 20 ottobre, quando un 47enne di Laives si è presentato presso la locale stazione dei carabinieri esibendo, durante le procedure di identificazione, la propria carta d’identità elettronica. Il microchip, però, era stato tolto e il cittadino è stato denunciato per “falsità documentale”.
Dal complottista al tossicodipendente
Tra chi rimuove il microchip figurano, secondo i militari dell’Arma, categorie diverse di persone: si spazia dal tossicodipendente che lo rivende per ricavare denaro facile al “complottista”, secondo il quale il microchip consentirebbe di localizzare o monitorare gli spostamenti del titolare. «Si tratta – sottolineano i carabinieri di Egna – di un timore assolutamente privo di fondamento tecnico, poiché la carta d’identità elettronica non contiene dispositivi Gps né consente il tracciamento a distanza delle persone». C’è, in ogni caso, un denominatore comune nella maggior parte dei casi: il microchip quasi sempre viene rimosso con tagli precisi e non in modo grossolano. Il che fa presupporre un piano preordinato. E un possibile traffico di microchip.
Sono gli stessi rappresentanti delle forze dell’ordine a ipotizzare che esista un mercato in cui la rimozione e la cessione avvengano per soldi. A sostenerlo anche un’indagine de “La Nuova Ferrara”, che a marzo raccontava di un numero insolitamente alto di persone nel Basso Ferrarese con la carta d’identità priva di microchip. Un’ulteriore possibilità è che il pezzo rimosso possa essere servito per clonarlo o per creare una nuova identità.
Si rischia la reclusione fino a 5 anni
La manomissione di un documento d’identità può comportare conseguenze penali anche significative. «Qualora ne ricorrano gli elementi – sottolinea Federico Seracini, comandante della compagnia dei carabinieri di Egna – l’alterazione materiale di un certificato amministrativo da parte di un privato può essere ricondotta agli articoli 477 e 482 del Codice penale, che prevedono la reclusione da quattro mesi a due anni.
Nei casi in cui sia invece configurabile il possesso di un documento d’identificazione falso valido per l’espatrio, l’articolo 497-bis del Codice penale prevede la reclusione da due a cinque anni, con pene più elevate nelle ulteriori ipotesi contemplate dalla norma».
La Cie è così importante proprio perché contiene un microchip che custodisce informazioni anagrafiche e biometriche del titolare, consentendo verifiche elettroniche dell’identità e l’accesso ai servizi digitali abilitati. E questi ultimi contengono dati sensibili.


