BOLZANO. Era stata considerata dagli inquirenti «la più grande operazione antiterrorismo degli ultimi 20 anni». Un'organizzazione strutturata attraverso una vasta rete di cellule, che il mullah Krekar dirigeva via internet dal carcere in Norvegia in cui era detenuto. Gli obiettivi? Rovesciare il governo del Kurdistan iracheno per sostituirlo con uno stato teocratico e compiere atti di violenza in Europa tramite l'invio di aspiranti combattenti.

Il gruppo, ora smantellato, è stato al centro di una maxi indagine dei Ros nel 2015. Diciassette persone - sedici cittadini curdi e un kosovaro - che avevano scelto Merano come luogo di riunioni segrete e crocevia di aspiranti jihadisti. La vicenda si chiuse con quattro condanne: sei anni per Abdul Rahman Nauroz, quattro per Eldin Hodza, Abdula Salih Ali e Hasan Saman Jalal. Quest'ultimo, 40 anni, non aveva mai lasciato l'Alto Adige. Dopo aver scontato un'altra pena per maltrattamenti in famiglia si era nascosto in un bilocale di viale Trento, assieme ad un connazionale.

È stato in libertà per una manciata di giorni: giovedì la Polizia l'ha catturato. Ieri il questore Paolo Sartori ha emesso nei suoi confronti un decreto d'espulsione. E già in nottata è stato trasferito dagli agenti della Digos e dell'Ufficio immigrazione al Cpr di Gradisca d'Isonzo (Gorizia). Ci rimarrà il più breve tempo possibile, in attesa di essere imbarcato quanto prima su un volo diretto al paese di origine.Il ruolo di JalalL'indagine antiterrorista permise di abbattere un'organizzazione mirata al reclutamento e alla radicalizzazione di militanti attraverso il web. Allora i militari eseguirono numerose perquisizioni nelle province di Bolzano, Parma e Brescia, ma anche all'estero in Norvegia, nel Regno Unito, in Finlandia, in Germania e in Svizzera. Abdul Rahman Nauroz, uno degli arrestati nel blitz dei Ros, risultò particolarmente attivo per via delle "lezioni" che teneva nel proprio appartamento di Merano.

Lo scopo era quello di convincere i suoi allievi, e tra questi proprio Hasan Saman Jalal, a partecipare ad azioni armate di guerra o terroristiche pianificate come suicide. Va sottolineato che l'intenzione di Jalal non si è mai tradotta nella realtà, anche se sarebbe stato addestrato dal punto di vista militare. Altri membri di "Rawti Shax" - questo il nome dell'organizzazione - sono invece riusciti a raggiungere i luoghi di guerra tra Siria e Iraq. I maltrattamenti Il 40enne avrebbe contatti nel capoluogo da oltre un decennio: nel 2008 gli era stato riconosciuto lo status di rifugiato politico, poi revocato dalla Commissione nazionale per il diritto di asilo. Nel 2015 aveva quindi trovato rifugio a Bolzano dove è stato condannato a quattro anni di reclusione dal Tribunale di Trento per il reato di associazione a delinquere con finalità di terrorismo.

Nel 2021 aveva presentato una seconda domanda di protezione internazionale, che la Commissione territoriale di Verona aveva rigettato. Il Tribunale di Venezia, in seguito, aveva respinto l'impugnazione in considerazione della gravità delle accuse emerse, ritenendo che non corresse alcun rischio nel caso di rimpatrio. Nello stesso anno è stato al centro di una brutta vicenda legata a dei maltrattamenti in famiglia: condannato a quattro anni e dieci mesi di reclusione dal Tribunale di Bolzano, è uscito dal carcere grazie ad uno sconto di pena. Ieri, dopo una settimana trascorsa in viale Trento, è stato espulso. Il lavoro della DigosNonostante se ne parli poco, l'impegno quotidiano delle forze dell'ordine è incentrato anche sul fenomeno del terrorismo.

«L'attività di polizia a contrasto della eversione è finalizzata ad evitare che possano radicarsi sul nostro territorio soggetti stranieri, spesso privi del necessario titolo per soggiornare nel nostro paese. Con i loro comportamenti destano particolare allarme sociale e compromettono la civile convivenza. Ed è fondamentale attuare questi provvedimenti verso chi, come in questo caso, rappresenta una concreta ed attuale minaccia alla sicurezza dello Stato e dei cittadini», ha concluso il questore Sartori.