BRESSANONE. «Il capolavoro non esiste» raccoglie 46 sculture donate da Federico Zeri all'Accademia Carrara, opera di vari artisti dal Quattrocento all'Ottocento, più due tavole rinascimentali che documentano tra l'altro la straordinaria capacità attributiva di Zeri.

È una mostra che vive di storie e proprio per questo a Zeri sarebbe piaciuta molto, anche se è difficile immaginare una distanza più abissale di quella che separa gli ambienti casalinghi amati dal grande conoscitore d'arte (così amava definirsi) e l'allestimento ideato da Fulvio Giorgi per le sale della Hofburg di Bressanone. L'atmosfera è dark che più dark non potrebbe; ogni rapporto con l'esterno eliminato; i soffitti, intenzionalmente ingrigiti, incombono.

Non c'è dubbio, l'attenzione sapientemente guidata dai fari, si concentra su una serie di nicchie che custodiscono le opere come un'ostrica aperta: e le perle risplendono. Forse tanto rigore è stato scelto intenzionalmente per far da contrappeso all'accentuata asistematicità della raccolta Zeri che in ciò, come sottolinea nel proprio contributo esplicativo al libro-guida il direttore Hans Kronbichler, è parente stretta di quella del Museo Diocesano.

Anche per questo è giunto spontaneo tentare una commistione che in tempi passati avrebbe fatto storcere il naso a più d'uno ma che ora deve essere riconosciuta quale corretto e fertile contributo ad un grande della critica che riteneva che la cultura fosse fatta anche di cucina e giardinaggio. Alcune delle opere donate da Zeri all'Accademia Carrara di Bergamo, sono state poste in esposizione nelle sale del museo, dove risultano mimetizzate alla perfezione, grazie anche alla empatica collaborazione tra Kronbichler e Giovanni Novello, cui è stato affidato proprio questo delicato compito.

Nella «Sala Benedictina» ad esempio, il busto marmoreo di Paolo V, realizzato dallo scultore lorenese Nicolas Cordier nel primo Seicento, risulta collocato in modo armonioso tra i ritratti dei papi, distinguendosi per la potenza espressiva dello sguardo. Sempre a proposito di commistioni riuscite, il biscuit modellato di Filippo Tagliolini, raffigurante Ercole nel giardino delle Esperidi, ha un preciso riferimento nella figura del centrotavola del servizio di porcellana della manifattura Imperiale di Vienna, commissionato nel 1765 dal principe vescovo di Bressanone, conte Leopold von Spaur, in occasione di una visita dell'imperatrice Maria Teresa.

La terracotta raffigurante santa Martina si lega per affinità devozionali al prezioso reliquiario argenteo barocco della santa realizzato ad Augsburg, così come il reliquiario di una santa non identificata, opera di un argentiere romano della fine del Seicento, si inserisce perfettamente tra i due busti reliquiari lignei realizzati dall'artista sudtirolese Johann Georg Silly a metà del Settecento, affini per stili e temperie.  Ma c'è un altro aspetto di grande interesse nell'allestimento: opere contemporanee interagiscono con le sculture. Questo accostamento può apparire audace solo a chi non sappia che Zeri definiva l'interazione tra arte e società il suo problema preferito. Gli inserimenti sono stati affidati a Paola Tognon, critica e docente universitaria a Milano,, che ha svolto il proprio compito al meglio.

Tra le tante storie che si celano dietro ognuna delle opere esposte, storie che rendono così unico il rapporto tra Zeri e l'arte, una risulta particolarmente paradigmatica, anche perché lo spettatore vi si può calare appieno dato che a raccontargliela è proprio lo stesso Federico che gli si avvicina su un video con i suoi passetti strascicati. Lo schermo è collocato proprio a lato dell'opera di cui si parla e che Zeri definisce a lui particolarmente cara. Si tratta di una «Allegoria della Virtù vittoriosa sul Vizio» che a Montecarlo gli era stata offerta come una scultura art nouveau: e chi gliela offrì ironizzò sul fatto che qualcuno in precedenza «aveva sparato addirittura che fosse del Bernini». E invece, folgorato dall'eloquente simbologia dell'opera, Zeri realizzò immediatamente che proprio di un Bernini si trattava: Pietro, il padre. Ed ora il piccolo gruppo marmoreo è al Museo Diocesano per essere ammirato assieme alla genialità attributiva dell'acquirente. Come dice Kronbichler, quello che traspare immediatamente da tutte le opere, presentate in modo senz'altro sapiente ma anche abbondantemente asettico, è che si tratta di statue «vissute». Insomma, facevano parte della vita di Zeri e non si fa fatica ad immaginare che, di passaggio, lui rifilasse a busti e gruppi qualche affettuosa palpatina.

«Il capolavoro non esiste» (l'aforisma riflette al meglio l'opinione che aveva Federico Zeri del processo artistico e del suo inserimento nella società) è stata voluta dall'assessorato provinciale alla cultura italiana quale frutto della rinnovata collaborazione con il museo dell'Accademia Carrara di Bergamo e il Museo Diocesano di Bressanone. La mostra potrà essere visitata dal martedì alla domenica sino al 28 agosto (orario 10-17, giovedì 10-20).

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