PHOTO
BOLZANO. Se la piazza è il cuore di ogni quartiere, quello di Don Bosco è un cuore frammentato che aspetta da decenni di essere unito. Piazza Don Bosco, infatti, è tagliata in due da via Sassari e da un lungo condominio, lasciando da un lato il piazzale davanti alla chiesa di Maria in Augia, dove bimbi e ragazzi giocano a tennis, e dall'altro una fettuccia verde dove nemmeno si gioca a pallone per paura che la palla finisca in strada. «Manca un luogo di socializzazione, dove le famiglie possano tornare ad incontrarsi, mentre i giovani devono imparare a farlo, dato che ormai per loro la socialità passa soltanto attraverso il telefono» esordisce don Gianpaolo Zuliani, parroco delle chiese di Don Bosco e San Pio X. Dal 2010 segue le due parrocchie che insieme raccolgono 20mila persone. «Se dovessi dire come sta cambiando il quartiere dal punto di vista sociale, devo ammettere che sta peggiorando e che sta aumentando il disagio. Qualche anno fa era meno evidente, oggi lo si distingue nitidamente». Ricorda che al suo arrivo «le donne potevano camminare serene. Oggi non è più così. Il ceto sociale è lo stesso, anche le risorse e gli aiuti non sono cambiati, ma c'è più violenza».
Giovani sempre più distanti
«I giovani, in particolare, sono diversi e si fa sempre più fatica a lavorare con loro. Soprattutto dopo il Covid. Una volta i ragazzi ti seguivano nelle iniziative, adesso resiste soltanto l'impegno che danno per intrattenere i bambini. Ma al di fuori di questo è difficile coinvolgerli, fosse anche soltanto per guardare insieme un film. Aspetti che non sono determinati dal luogo, ma da una nuova realtà sociale che cambia», prosegue il parroco. Ecco perché «servono luoghi di socialità. Stiamo ristrutturando un polo educativo culturale e speriamo anche che arrivi finalmente la piazza per realizzare la quale abbiamo anche dato in concessione al Comune un pezzo di cortile. Di quella piazza il quartiere ha disperato bisogno».
I commercianti
I commercianti non descrivono un quadro migliore, anzi, emerge un clima di insicurezza. La merceria il mercoledì è chiusa, ma con un cartello avvisa i malintenzionati che all'interno "Non teniamo fondo cassa né oggetti di valore", quindi sarebbe fatica sprecata entrare. Alla farmacia Don Bosco, racconta Sarah Fistill, invece, i ladri hanno fatto visita più volte. «Nella notte di San Silvestro hanno forzato la finestra e sono entrati rubando l'incasso - dice la dipendente - Qualche settimana fa hanno tentato nuovamente senza riuscirci. Il distributore automatico di farmaci, invece, è stato forzato l'anno scorso e non lo abbiamo più aggiustato, perché sappiamo che lo romperebbero di nuovo. A me hanno tentato di rubare due volte la bicicletta. Adesso la lascio in un posto dove posso controllarla a vista». Tra i clienti «c'è anche chi viene a chiedere farmaci particolari ma, senza ricette mediche, ovviamente non vendiamo e alcune volte è stato necessario chiamare i carabinieri». Furti anche al negozio ecosolidale "La bottega del mondo". «In 20 anni qui, abbiamo voluto educare e informare sulla nostra attività le persone che abitano nel quartiere, ma abbiamo da sempre anche una funzione di socializzazione, in particolare per gli anziani» dice Laura Trentini, che a proposito dei furti aggiunge: «Abbiamo dovuto mettere la serranda all'ingresso e chiuderla anche quando andiamo a pranzo dato che, proprio di recente, hanno tentato di forzare l'ingresso. In precedenza sono entrati da una finestrella che abbiamo però murato». Spostandoci di qualche isolato, al bar Joben, Shuifen Xia, che da 14 anni gestisce l'attività, racconta che «all'inizio non si stava bene. Entravano a rubare almeno una volta al mese. Ma da quattro o cinque anni, dopo il Covid, la situazione è migliorata. Abbiamo selezionato meglio la clientela e adesso, incassiamo di meno, ma stiamo molto più tranquilli».
Mancano cartelli in tedesco
Susanne K. risiede tra via Bari e via Sassari e lamenta la mancanza, da parte dei commercianti, «di comunicazioni anche in tedesco. Quando mettono un cartello di chiuso per ferie o gli orari di apertura e chiusura, lo scrivono soltanto in italiano e questa è una chiara mancanza di rispetto per i madrelingua tedesca». I coniugi Magda e Claudio Belloni, ricordano un quartiere Don Bosco che non esiste più da decenni: «Qui si conoscevano tutti. Oggi è una cosa diversa, non solo dal punto di vista architettonico. Crediamo che questo quartiere, rispetto agli altri di Bolzano, sia quello che è cresciuto con i maggiori problemi anche se, leggiamo dal vostro giornale, che di problemi ce ne sono in ogni quartiere. L'unica vera risorsa, anche qui, è il volontariato». Nel chiosco dei fiori in via Sassari, lavorano Jahangir e Quasim Mohammad, rispettivamente padre e figlio. «Non abbiamo avuto episodi di furti ma so che altri commercianti hanno grossi problemi. Aspettiamo questa nuova piazza o qualcosa che renda bello questo quartiere che è essenzialmente un dormitorio. Dal punto di vista commerciale funziona poco. Avevamo il chiosco in piazza Matteotti prima che sistemassero la piazza. Lì lavoravo molto di più».


