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BOLZANO. «Ancora oggi dormo senza cuscino, perché così facevo là». “Là” era il campo di concentramento di Brüx-Most in Boemia, dove i tedeschi lo avevano deportato dopo l’8 settembre 1943. Giovanni “Nino” Rubbo si è spento il giorno di Natale a 99 anni. Fino a quando le forze glielo hanno permesso non ha mai smesso di ricordare e testimoniare.
Catturato in Grecia, a 21 anni, sopravvisse al lager. Tornò a Bolzano, con la convinzione che anche all’inferno c’erano i buoni e i feroci. «Ho incontrato guardiani spietati e brava gente. Non dimentico che molti di noi sono morti per i bombardamenti alleati sui campi; che nella nostra terra tanti sono stati denunciati dai parenti o dai vicini». Ancora pochi anni fa in occasione della Giornata della Memoria incontrava i giovani del Centro Villa delle Rose, proprio lì nei pressi del muro del campo di via Resia. Li abbracciava tutti e raccontava.
«Ricordo come fosse ieri, il primo giorno che sono arrivato nel Lager. Mi ero preso la malaria ed i miei compagni mi hanno lavato con l’acqua fredda perché non c’era niente di meglio. Facevo il traduttore e ho salvato molte persone mandandole nei campi di patate anziché in fabbrica. In questo modo riuscivano a mangiare qualcosa, si faceva di tutto per non darci per vinti».



