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BOLZANO. «L’ultimo articolo sulla storia della psichiatria in Tirolo e l’applicazione della legge Basaglia in Alto Adige l’ha scritto poche settimane fa: uscirà in autunno, sulla rivista “Il Cristallo”. Fino all’ultimo - racconta la moglie Lydia Angeli, conosciuta negli uffici della Provincia e sposata 61 anni fa - mio marito si è dedicato alla ricerca storica e giuridica su questi temi». Giuseppe Pantozzi, 92 anni, intellettuale bolzanino conosciuto e apprezzato anche fuori dai confini altoatesini, è morto giovedì: oltre alla compagna di una vita, lascia le figlie Donatella, insegnante di inglese al liceo Scientifico e Lorenza, giudice del Tribunale amministrativo regionale. I funerali mercoledì 1º luglio alle 10 nella chiesa parrocchiale dei Carmelitani, alle 11 i funerali nel cimitero di Oltrisarco.
Due lauree. Era nato ad Avezzano in provincia de L’Aquila il 29 agosto 1922, figlio di un ferroviere era arrivato da ragazzo a Merano con il fratello Aldo: è stato per molti anni funzionario della Ripartizione sanità ed assistenza sociale della Provincia, che ha retto dal ’64 al ’79, occupandosi di assistenza e sanità anche dal punto di vista storico, con numerose ricerche sulla storia della psichiatria in Tirolo, la deportazione dei malati psichici internati a Pergine dopo le Opzioni del 1939. Ha insegnato Diritto sanitario e assistenziale presso la Scuola superiore di Servizio sociale di Trento.
«Aveva due lauree - ricorda lo storico Giorgio Delle Donne - che spiegava così: una in Lettere e filosofia (nel 1950 a Padova) perché bisogna vivere e una in Giurisprudenza (nel 1960 a Bologna) perché bisogna lavorare».
«In effetti il suo sogno - ricorda la figlia Lorenza - sarebbe stato fare lo scrittore a tempo pieno».
Era fratello del notaio Aldo Pantozzi, uno dei sopravvissuti al campo di concentramento di Mauthausen.
«Il padre Ernesto - racconta Lydia Angeli - era capostazione e toccò a lui organizzare la partenza del treno, diretto nel lager nazista. Il trauma fu tale che il giorno dopo aveva tutti i capelli bianchi».
Tornato a casa e ricoverato in ospedale, Aldo Pantozzi buttò giù una serie di appunti che costituirono la trama del libro “Sotto gli occhi della morte”. «Pubblicato nel ’46 - ricorda Delle Donne - era stata uno delle prime testimonianze delle tragedie che si erano consumate nei lager nazisti».
La drammatica esperienza, vissuta dal fratello Aldo, portò successivamente Giuseppe ad indagare su uno dei periodi più bui dell’umanità, mettendo insieme l’interesse storico e quello professionale, relativo alla cura dei malati altoatesini con problemi psichici ospitati nel manicomio di Pergine.
Malati deportati. «Fu un giorno triste il 26 maggio 1940 a Pergine - scriveva in alcuni capitoli del libro “Gli spazi della follia” - le Opzioni erano già in vigore. Alla stazione ferroviaria, in un'alba primaverile, salirono sul treno 299 malati di mente di lingua tedesca, soprattutto sudtirolesi, 160 uomini e 139 donne, ospiti del manicomio (tutti parenti di sudtirolesi che avevano optato, ovvero avevano accettato di trasferirsi nei territori del Terzo Reich , ndr). Iniziava un viaggio dal quale la maggior parte di loro non avrebbe più fatto ritorno. La destinazione era il manicomio tedesco di Zwiefalten ma anche quello di Schussenried nel Reich hitleriano, nel Baden Württenberg».
I manicomi. Nell’ultimo libro "Senza manicomio” del 2011 ha raccontato invece l'impatto in Alto Adige della Legge 180 del 1978, la normativa voluta dallo psichiatra Franco Basaglia che portò alla revisione dell’ordinamento degli ospedali psichiatrici. «L’ho fatto - spiegava - per smentire, con dati e testimonianze, tutti coloro che in questi anni hanno detto e scritto che l’Alto Adige era contro la nuova legge. Non è vero: non eravamo affatto dei burocrati tradizionalisti come ci hanno dipinti. Il problema erano stati i tempi dell’applicazione della legge 180. Da un punto di vista concettuale - ricordava - la nostra Provincia era già avviata verso una riforma sanitaria basata sugli stessi principi della Basaglia, ma sotto il profilo tecnico-strutturale non eravamo preparati a un cambio così repentino dato che tutti i nostri malati venivano curati nel manicomio di Pergine. La nostra sola comunità era una piccola struttura da 15 posti e 3 medici in località Stadio a Vadena: insufficiente per l'intero bacino altoatesino. La legge 180 poneva dei termini molto stretti: entro due mesi pretendeva la chiusura dei manicomi. Trento decise di rispettare rigorosamente le disposizioni nazionali e nel giro di 60 giorni non accettò più i nostri pazienti, lasciandoci l'incombenza delle cure all'interno di un sistema ex novo che andava perfezionato. È vero che eravamo in affanno, ma non significa fossimo contrari ai principi della legge come sostenuto da qualcuno». Parlando con Delle Donne, in più occasioni aveva raccontato dell’incontro avuto con lo stesso Basaglia: «Il padre della legge, copiata anche all’estero, era preoccupato di quella che sarebbe stata l’applicazione all’italiana, ovvero chiusura dei manicomi senza prima creare strutture alternative e scaricando quindi i malati sulle famiglie».
L’ultimo ricordo è quello della figlia Lorenza: «L’altro giorno, mentre lo stavo portando dal Pronto soccorso alla Geriatria, passando per il tunnel che collega l’ospedale San Maurizio al padiglione W, mi ha detto: “Questo passaggio è disumano per uno come me che sta morendo. Dillo ai tuoi figli che studiano Medicina”. Sono state le sue ultime parole».


