BOLZANO. Quando ci eravamo incontrati, alla fine di novembre in ospedale, per l’ultima intervista, ci eravamo ripromessi di vederci, appena le sue condizioni fossero migliorate, in piazza Walther per un caffè. Pur consapevole dell’aggressività della malattia, Franco Tomazzoni alla vita chiedeva ancora una proroga. Non gli è stata concessa e se n’è andato l’altra notte nel reparto di pneumologia dell’ospedale San Maurizio che aveva creato nel lontano 1975. Seguito fino all’ultimo, oltre che dai familiari - la moglie Olinda e i figli Pietro, Francesca, Valentina - anche da Giulio Donazzan, suo allievo e successore alla guida del reparto. Aveva 82 anni e una serie di idee ancora da realizzare. Oltre che come medico, protagonista di un particolare periodo storico per lo sviluppo del San Maurizio, Tomazzoni, grande appassionato di viaggi, montagna e scialpinismo, era molto conosciuto anche per la sua breve esperienza politica: è stato presidente del consiglio comunale eletto nella lista del movimento Di Pietro.

La proroga. «Se la malattia mi desse una proroga - ci aveva confidato - cambio tutto -: dopo una vita vissuta facendo mille cose, avrei voglia di concedermi un po’ di meditazione. Leggere, ascoltare musica: mi accontenterei in fondo di piccole cose che però rendono la vita bellissima».

Della fine parlava con il realismo di chi ne ha visti tanti morire: «È la normale evoluzione della vita e io voglio vivere la fase finale della mia esperienza, “guardandola” in faccia, mi dispiace però lasciare gli affetti. L’accanimento terapeutico è un’assurdità. La vita va vissuta nella sua pienezza. Le cure palliative sono preziose per togliere il dolore, ma per il resto io voglio restare lucido».

Almeno in questo è stato accontentato. «Ero andato a trovarlo due giorni fa - ricorda il professor Paolo Coser, già primario di ematologia -: la malattia aveva minato il fisico del vecchio leone, ma non la mente rimasta lucidissima. Le sue ultime parole sono state: “Sono qui che aspetto di tirar le cuoia”».

Coser e Tomazzoni erano legati da una comune passione per il lavoro e da un’antica amicizia.

«Era stato il mio maestro, poi siamo stati per tanti anni vicini di reparto all’ultimo piano del San Maurizio».

I pionieri. Si erano incontrati agli inizi degli anni Sessanta nel vecchio ospedale. «Siamo cresciuti alla scuola del professor Casanova, un bolognese chiamato a guidare il reparto di medicina. Sono stati anni pionieristici. Allora c’erano solo i reparti di chirurgia, ostetricia, ortopedia e pediatria: tutto il resto arrivava in medicina dove i pazienti erano ricoverati in stanzoni con una ventina di letti. Era come essere al fronte, ma abbiamo imparato moltissimo».

In 50 anni la medicina ha fatto passi da gigante. «Oggi - diceva Tomazzoni - la parte strumentale, ovvero esami di ogni tipo, ha preso il posto di quella clinica. I computer, le apparecchiature di ultima generazione ti danno tutta una serie di informazioni che, fino a pochi anni fa, ignoravamo, ma non si può mai prescindere dall’uomo nel suo complesso. Il malato oncologico, per fare un esempio, è un povero cristo pieno di magagne che avrebbe bisogno di una medicina un po’ più umana».

Il passaggio di testimone. Dalla scuola del professor Casanova sono usciti tra gli altri Elio Braito che ha creato cardiologia, Giorgio Morini che è diventato il suo vice, Coser che ha impiantato il reparto di ematologia e Tomazzoni appunto che ha messo in piedi da zero pneumologia. Reparti che - assieme a chirurgia guidata allora da Gian Pietro Marzoli e gastroenterologia con Giorgio Dobrilla - hanno “fatto sì che - ricorda Coser - in quegli anni l’ospedale di Bolzano fosse ai vertici delle classifiche nazionali”. «Siamo stati tra i primi in Italia- ricorda Donazzan, primario subentrato nel ’99 a Tomazzoni, andato in pensione - ad avere un broncoscopio, l’apparecchiatura che consente di diagnosticare la presenza di tumori. Il padre del nostro reparto è stato Tomazzoni: nel 1975 prima ha creato il servizio di fisiopatologia respiratoria e poi pneumologia che ha al suo interno la terapia intensiva respiratoria. Quindi ha messo in piedi i servizi di medicina del lavoro e medicina dello sport che in un primo tempo erano aggregati a pneumologia».

Innamorato del suo lavoro, dopo essere andato in pensione a 67 anni ha continuato nell’ambulatorio aperto in via Novacella: lo ha fatto fino al 23 ottobre dello scorso anno. Oggi a raccogliere il testimone si prepara Michele, il nipote che sta frequentando Medicina a Pavia.

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