Macerie fumanti, cadaveri sanguinanti, pianti e grida di dolore: Troia in fiamme come emblema della caduta di un regno, come luogo archetipico della distruzione e del saccheggio. A partire dal materiale mitico della tradizione arcaica, la drammaturgia di Euripide presenta al pubblico lo spettacolo dei crimini di guerra e la deriva di una popolazione devastata.

Rappresentata nel 415 a.C. all’indomani dell’efferato massacro della città di Milo da parte di Atene, Troiane porta in scena la guerra vista con l’occhio degli sconfitti. Con un rivoluzionario cambio di prospettiva, l’ateniese Euripide comincia la tragedia là dove l’epos di Omero finisce: Troia è già caduta e della città non rimane che un rogo immenso. I troiani giacciono morti dopo l’immane carneficina; le loro donne, folli di dolore, attendono prigioniere di conoscere il loro destino. L’orrore e lo strazio sono focalizzati nella prospettiva delle vittime, dei corpi umiliati e spogliati delle loro identità, delle soggettività ridotte a voci sofferenti quanto inermi.

La tragedia di Euripide urla una denuncia radicale della guerra; è un dramma universale, in cui ogni epoca può rispecchiarsi.

Attraverso una complessa costruzione di genere, il destino dei vinti si articola in un defilé di figure femminili che rappresentano altrettanti ruoli e altrettante esperienze travolte dalla spirale della violenza. Ecuba, Andromaca, Cassandra: una regina privata del trono, una vedova cui viene ucciso l’unico figlio, una figlia ritenuta da tutti una povera pazza. Su tutte incombe il trauma della perdita e dello sradicamento: la partenza verso un altrove che significa schiavitù e miseria.

Nella condizione di una totale impotenza restano solo il lamento, le grida di dolore, le imprecazioni rancorose, i paradossi di una ragione allucinata, l’urgenza emotiva di dirsi e di raccontare un’ultima volta la propria storia e il proprio diverso passato. Nessun tribunale di guerra potrà riparare la catastrofe e l’umiliazione di queste donne. Nessuna possibilità di denunciare colpe e responsabilità. La guerra è stata voluta dagli dei, ribadisce Elena protetta dalla sua inossidabile bellezza. Nelle fiamme del rogo finale, costruzioni teologiche e mediazioni politiche crollano insieme alle case e agli edifici della città.

A quasi vent’anni di distanza, Marco Bernardi torna a confrontarsi con una tragedia classica. Era il 1996 quando diresse“Medea” interpretata da Patrizia Milani, Carlo Simoni e Chiara Muti. Ancora una volta Euripide, ancora una volta l’universo femminile in primo piano come cartina di tornasole dei conflitti della nostra società. Ancora una volta il dramma dello straniero, del “barbaro” o del diverso, simbolo dell’emarginazione e della brutale sottomissione dei più deboli.

I biglietti per lo spettacolo, acquistabili anche telefonicamente con carta di credito (0471 053800), o via internet (http://www.vipticket.it), sono in vendita presso la Cassa del Teatro Comunale secondo il seguente orario: dal martedì al venerdì dalle 10.00-13.00 e dalle 15.00-19.00; sabato dalle 10.00 alle 13.00 e un’ora prima dell’inizio di ogni rappresentazione.

Bolzano, Teatro Comunale, prima nazionale 8-11 novembre (gio-sab ore 20.30; dom. ore 16.00)

traduzione Caterina Barone

regia Marco Bernardi

scene Gisbert Jaekel

costumi Roberto Banci

luci Lorenzo Carlucci

suono e immagini Franco Maurina

con Patrizia Milani, Carlo Simoni, Sara Bertelà, Corrado d’Elia, Valentina Bardi, Valentina Capone, Karoline Comarella, Gaia Insenga, Valentina Morini, Riccardo Zini