C’era una volta Bolzano. Ripubblichiamo la testimonianza rilasciata nel 1991 al nostro direttore Alberto Faustini da Albino Pojer, una colonna della comunità italiana dell’Alto Adige dagli anni ’50 fino alla morte nel giugno del 1994. Dirigente delle ferrovie con un lungo impegno politico, nel sindacato e nel volontariato, ha aiutato centinaia di persone nella ricerca di un lavoro e nella tutela dei diritti dei più indifesi. L’amata moglie Daria Dalpiaz compirà 100 anni il prossimo 25 gennaio. A lei gli auguri della redazione dell’Alto Adige. Se volete rileggere una storia, scriveteci a bolzano@altoadige.it

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Bisogna conoscerlo, Albino Pojer. E non solo perché in un’esistenza piena d'incarichi e di lavoro ha raccolto frutti che hanno il profumo dell'esperienza. Ma anche perché i suoi occhietti chiari sono la faccia dell'onestà. E l'onestà, per Pojer, è ragione di vita. È ramo che dà fiori pieni di quella gioia che può nascere solo quando si fa qualcosa per il prossimo. Disinteressatamente. È, ancora, coscienza materializzata. Coscienza che a questo figlio di contadini che è diventato dirigente delle Ferrovie dello Stato non ha mai fatto scherzi. Pojer è nato a Salorno. In quella che considera una città ideale, un posto dove la convivenza è resa inutile dal fatto che si vive insieme («ed è ben diverso»). Sposato, 68 anni (nel 1991, ndr), tre figli, Albino Pojer è stato consigliere comunale della DC a Salorno, colonna del sindacato Ferrovieri della Cisl, anima dell’Avis e dell’Aido. E mille altre cose ancora. L’ascensore dell’esistenza l’ha portato a molti piani. Ma ha sempre scelto di camminare con i piedi ben piantati nel terreno, preferendo la concretezza e l’altruismo vero a una «fortuna» fatta di quattrini facili o di comode poltrone. Oggi, nella sua casa di via Nazario Sauro, a Bolzano, finge di fare il pensionato. Già, finge: perché continua a lavorare come un matto. Per gli altri. Come quando, smesso di fare il pastore, in montagna, s’è presentato all’uscio dell’adolescenza e poi della maturità con l’entusiasmo e la forza di chi ha saputo conoscere la povertà e snobbare la ricchezza.

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Il «clan» dei Pojer, come lo chiamiamo noi amabilmente, è in Alto Adige da oltre 200 anni. Io - racconta Albino Pojer - sono nato a Salorno, in quella che è da tantissimi anni la nostra terra, il 23 marzo del 1923. Da una famiglia di contadini. Dai 10 ai 13 anni, durante i tre mesi estivi, ho fatto anche il pastore: vivevo in montagna, in una malga dei miei genitori. Quell’esperienza mi torna spesso in mente. Forse è là, tra gli animali, che ho scoperto le difficoltà della vita e che ho imparato ad accontentarmi delle gioie, anche semplici, che un’esistenza può regalare. Quei mesi estivi passati in montagna sono stati una vera e propria lezione di vita. Dal 1937 al 1941 ho frequentato la scuola di avviamento commerciale e sono diventato computista commerciale. Allora, a Salorno, eravamo in tre o quattro ad avere un diploma. Gli altri ragazzi avevano a malapena finito le elementari.

Papà preferì la morte alla divisa tedesca

Dal 1941 al 1943 ho fatto Il direttore del magazzino di frutta di una ditta germanica. Dal maggio del 1943 all’ottobre dello stesso anno ho invece indossato la divisa. A Trani, per il servizio militare. Rientrato a casa il 21 ottobre, sono stato di fatto costretto a lavorare per i contadini tedeschi. Poco dopo, il 2 maggio del 1944, mio padre si tolse la vita in una caserma di Bressanone. Era stato obbligato ad andare là in quanto aveva optato per l’Italia, ma preferì morire piuttosto che servire le forze armate tedesche. Ventisette giorni dopo, alla fine di maggio, io e mio fratello Bruno, che allora aveva 18 anni, indossammo nuovamente le divise. Ci mandarono a Silandro, con le forze armate tedesche, e poi nel Bellunese. Mio fratello, nel settembre del 1944, riuscì a passare con i partigiani, in val Cellina. E rimase con loro fino al termine del conflitto. Io sono riuscito a disertare solo nella primavera del 1945. Ma sono rimasto con i partigiani ben poco, perché fui fatto prigioniero dalle truppe tedesche in ritirata e messo al muro. Ma sono riuscito a fuggire e ad evitare la fucilazione. E così ho iniziato a fare il ferroviere.

Nel 1947 sono diventato capo stazione e capo gestione delle FS. E ho prestato servizio prima a Mezzocorona e poi a Salorno. Nel 1956 sono stato distaccato alla divisione lavori di Bolzano come dirigente del gruppo 2/3. È stato un periodo molto intenso e interessante. E anche se ancora non si parlava di patentino o di proporzionale, sono riuscito a far assumere dalle Ferrovie qualcosa come trecento tedeschi. Andavo io nelle campagne. Li convincevo a lavorare in Ferrovia, e dopo un corso e un esame venivano regolarmente inseriti nei mondo del lavoro. Senza tanti problemi.

Nel 1959 ho trasferito la famiglia, che era stata con me a Mezzocorona e a Salorno, a Bolzano, nella casa di via Nazario Sauro dove vivo ancor’oggi.

Mi sono sposato nel 1947 con Daria Dalpiaz, e nel 1959 erano gìà nati i nostri tre figli: Sandra, Mauro e Flavia. Ma accanto ai miei impegni professionali ve ne sono sempre stati molti altri.

E questo, lo dico senza timore d'essere smentito, sempre per dare una mano al prossimo. È stato così anche dal 1956 al 1964, quando ho fatto il consigliere comunale e il capogruppo della Dc nel consiglio comunale di Salorno. Nel 1956 i consiglieri comunali della Dc in consiglio erano due. Quando me ne andai erano diventati nove (su quindici). Anche a Salorno riuscimmo a non applicare la proporzionale, ma solo la teoria del bisogno. E riuscimmo ad affidare a contadini, tedeschi e italiani, le campagne del Comune. A Salorno, che io ho sempre considerato un esempio, tedeschi e italiani vivono insieme. E forti di questo non hanno nemmeno mai pronunciato la parola convivenza, che presuppone già, in un certo senso, qualche problemino. Per dare un’idea del nostro modo di amministrare paese basti dire che ogni delibera veniva approvata all'unanimità. Si discuteva, magari si cambiava idea. Ma alla fine tedeschi e italiani trovavano sempre un accordo.

Senza polemiche senza tensioni accanto al mio impegno politico, che mi ha tra l’altro portato alla responsabilità del dipartimento enti locali del partito, ci sono quelle nell’Avis, quello nell’Aido è quello nel sindacato, ma non solo. Tra i dirigenti dell’Avis sono stato per un mucchio di anni: segretario comunale dal ‘72 al ‘75, consigliere del direttivo comunale dal ‘55 all’86, segretario provinciale dal 1967 al 1975 e, ancora, segretario regionale, consigliere nazionale, vice presidente provinciale. Ma sono stato anche segretario provinciale del sindacato ferrovieri della Cisl, per oltre 12 anni, portando gli iscritti da 60 a 640. Anche nella Cisl ho ricoperto gli incarichi di consigliere provinciale e di consigliere nazionale. Nel 1965, ed è, questa, la cosa che forse mi ha dato più soddisfazione, ho fondato la Federazione della Coldiretti della provincia di Bolzano. Allora c’era solo il Bauernbund, che di fatto difendeva solo i grossi contadini. Io, che ho sempre avuto del sangue contadino nelle vene, riuscii a portare a Bolzano, nascondendola anche all’onorevole Alcide Berloffa (che non voleva fare uno sgarbo all’Svp), la Coldiretti. E fu un grande risultato, anche perché riuscimmo finalmente, a dare una mano anche ai piccoli agricoltori. In tutti questi anni ho sempre tentato di aiutare la gente e, in particolare, di lavorare per chi aveva bisogno di una mano. Ho così fatto anche il presidente del dopolavoro ferroviario, il presidente provinciale dell'Aido. Sono stato poi nell’assemblea costitutiva dell’azienda consortile dei trasporti del Comuni di Bolzano Merano e Laives. E, ancora, componente del direttivo del patronato scolastico del Comune di Bolzano, fondatore e presidente della prima associazione in Alto Adige dei genitori degli alunni (in questo caso di quelli delle scuole elementari e medie di Oltrisarco), presidente dell’associazione calcio “Juvenes” per le categorie allievi e juniores.

Mi piace ancora combattere.

Qualche anno fa, dopo aver avuto un infarto, ho deciso di lasciare tutto. Ma in un certo senso non si riesco. Mi batto ancora. Mia moglie mi dice che sono troppo buono. Ma in fondo so che ancor’oggi è sulla mia lunghetta d’onda e so che condivide il mio modo di lavorare e di vivere. E in fondo sono fiero di vivere ancora qui, in questa piccola casa che sto riscattando dalle Ferrovie. Vedete, io non mi dimentico di aver fatto il pastore. E aver cresciuto una bella famiglia, per me è realmente una grande soddisfazione. Sono felice. E quando si è felici perché si è riusciti a fare anche qualcosa per il prossimo, la gioia è ancora più grande.