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BOLZANO. «Vedendo quelle bambine impegnate alla sbarra, mi è sembrato di tornare indietro di 30 anni, quando ho avuto la fortuna di incontrare qualcuno che ha capito che in quel timido scricciolo c’era della stoffa e valeva la pena investirci». Alessandra Pasquali, 40 anni bolzanina, un mix di fascino e passione, che domani sera sarà la madrina della manifestazione Piazza Walzer per i 100 anni dell’hotel Città, ha mosso i primi passi sulle punte proprio partendo da Bolzano Danza.
«Avevo otto anni quando ho cominciato a frequentare la scuola di danza classica di Nina Balobanova Pellizzari, seguendo le orme di mia sorella Vanessa. Arrivavo in bici e la maestra mi sgridava perché diceva che mi venivano le cosce grosse. Quell’estate del 1984 c’era la prima edizione di Bolzano Danza: tre-quattro corsi non di più. La mia maestra mi consigliò di iscrivermi ed è così che è cominciato tutto».
Il suo sogno era diventare ballerina.
«In realtà, avendo sempre avuto i piedi per terra, pensavo che quel sogno non si sarebbe mai potuto realizzare».
E invece le cose sono andate diversamente.
«È così. Il mio insegnante a Bolzano Danza è stato Frank Freeman. Dopo la prima lezione mi disse che voleva parlare con i miei genitori. Io mi ero subito preoccupata, temendo di aver fatto qualcosa di sbagliato. In realtà, credendo che avessi del talento, propose ai miei di mandarmi in Inghilterra, dove insegnava in diverse scuole».
I suoi genitori come hanno reagito?
«Sono stata fortunata. Mai avuto nessuna pressione da parte dei miei. Cosa che invece capita spesso nel nostro campo, in particolare da parte delle madri che non avendo potuto diventare loro ballerine, sperano lo diventino le figlie. Mi lasciarono libertà di scelta, ma mio padre aveva voluto - giustamente - che finissi a Bolzano le scuole medie».
Il primo impatto con la Elmhurst Ballet School di Londra?
«Sono stati quattro anni durissimi. Soffrivo di una nostalgia lacerante. Dopo un’infanzia ovattata a Bolzano, mi trovavo improvvisamente sola. Allora non esistevano i cellulari, né skype né i voli low cost: c’era un telefono a gettoni per tutti e c’erano le lettere. Non so quante ne ho scritte e il momento più bello era quando ne ricevevo. Il momento più brutto: la perdita di mio padre».
E con la lingua?
«Almeno con quella non avevo problemi: mia madre è australiana e a casa ho sempre parlato inglese»
Mai pensato di tornare indietro?
«Ho capito che la danza era il mio mondo e ho tenuto duro. In quella scuola c’erano 280 allievi, io ero una delle poche straniere. Le punizioni erano severe: arrivavano a toglierci la carta igienica. E c’era anche una sorta di nonnismo: ti mettevi in fila in mensa per cenare e se quando arrivava il tuo turno era tutto finito, andavi a letto senza mangiare. Qualcuno non ci crede quando racconto che qualche sera per la fame mi mangiavo il dentifricio o mi capiva di dormire nella vasca da bagno, perché la rete del letto era sfondata».
Il primo lavoro?
«Dopo il diploma ho girato diversi teatri inglesi, ma tutti cercavano una ballerina con esperienza cosa che non potevo avere. Poi sono approdata all’Opera di Vienna. Eravamo in tre per 280 posti: ho fatto il provino ed ero convinta che non mi avrebbero preso. Mi sembrava che le altre fossero tutte più belle e più brave, ma la direttrice dell’Opera mi disse: “Non cerchiamo un corpo, ma una ballerina”».
Quanto è rimasta a Vienna?
«Dai 18 ai 30 anni: sono entrata nel corpo di ballo e poi sono diventata solista».
Anni indimenticabili.
«Di più: ho fatto tournée in tutto il mondo. E poi sa cosa vuol dire ballare per il Concerto di Capodanno? Un’emozione che vale tutti i sacrifici fatti. E tanta paura».
Di cosa?
«Scivolare in mondovisione sui pavimenti di marmo di quei meravigliosi palazzi».
Nel 2005 l’addio a Vienna per lo Staatsballett di Berlino alla corte di Vladimir Malakhov.
«E stata dura lasciare Vienna, perché quella città è il simbolo della cultura in tutte le sue espressioni. I fan ti aspettano a fine spettacolo per l’autografo. C’era una signora che ha partecipato a tutti i miei spettacoli e ogni volta mi portava una gerbera con un bigliettino: le ho tenute tutte».
Quante ore lavora al giorno una ballerina del suo livello?
«Io ballavo otto ore al giorno sei giorni su sette e se c’era lo spettacolo mi mangiavo anche il giorno di riposo».
La cosa più difficile?
«Dover andare sul palcoscenico e ballare anche se hai i muscoli che ti fanno male e le vesciche ai piedi. Ma non basta che balli, devi anche trasmettere emozioni, devi raccontare una storia, devi essere un attore. Per fare tutto questo serve grande passione».
Due anni fa l’addio alle scene.
«La vita della ballerina è breve anche perché spingi sempre il corpo al massimo. Io sono stata fortunata perché sono arrivata fino a 39 anni. E ancora di più perché sono rimasta nel mio mondo, continuando a lavorare con le star della danza internazionale».
Cosa fa adesso?
«Sono una delle quattro Maitre de Ballet dell’Opera di Berlino in pratica sono il trainer della compagnia di ballo. Ma la soddisfazione più grande è quella di essere chiamata come “Guest trainer” dalle compagnie più importanti in giro per il mondo. L’obiettivo è quello di dare ai ballerini la possibilità confrontarsi con nuove idee e nuovi stili».
Un consiglio alle aspiranti ballerine?
«Serve innanzitutto talento, ma non basta se non hai una volontà granitica. A questo bisogna aggiungere un pizzico di fortuna, io ne ho avuta».


