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BOLZANO. Semirurali, il Comune si impegna: questa volta si parte. Sarà un centro di documentazione, non un museo, un compromesso tra sensibilità diverse e ancora scontenterà qualcuno. «Ma credetemi, questo è il progetto fattibile oggi, con le attuali finanze del Comune», è la promessa dell’assessore alla cultura Patrizia Trincanato (Verdi). Dopo la presentazione alla giunta e al consiglio del quartiere Don Bosco, Patrizia Trincanato sarà domani in commissione Cultura per la discussione sulla «Mostra permanente Semirurali». I punti del progetto, gli impegni, i dubbi, gli apprezzamenti e le ragioni di dissenso sono stati anticipati ieri in una discussione al nostro giornale, che ha messo a confronto, con il direttore Alberto Faustini, Patrizia Trincanato, Andrea Felis (storico e consigliere del Pd), Enrico Lillo (consigliere Pdl Berlusconi presidente, ex presidente del quartiere Don Bosco) e Gianfranco Piccolin (consigliere di Unitalia, il partito che ha chiesto la consultazione popolare sul museo). Il 7 novembre la discussione si allargherà a tutto il quartiere: la giunta ha chiesto alla circoscrizione di organizzare una assemblea pubblica. Il centro di documentazione prevede un percorso storico nel parco e la ristrutturazione della casetta superstite: verrà allestito un appartamento con il mobilio originale e al piano superiore è prevista una sintetica storia del territorio nel Novecento», che comprenderà la storia urbanistica del quartiere nel Novecento, la storia sociale del quartiere, la zona industriale, il Lager, le trasformazioni e il quartiere oggi (il progetto viene presentato nell’articolo sotto).
Uno dei punti di dissenso, anche trasversale, riguarda i contenuti: quanta storia specifica delle Semirurali prevedere, quanto allargare lo sguardo sul Lager. Su un punto tutti d’accordo invece nell’incontro di ieri: si doveva partire molti anni fa. «Quando noi ragazzi di Don Bosco giocavamo nei cortili», per dirla con Felis e Trincanato. Stretta di mano finale. Piccolin conferma il dissenso, Lillo si dichiara disponibile («può essere un punto di partenza, purché non caricato ideologicamente»), Felis sottolinea «è un progetto ritagliato sul 1999, serviranno aggiustamenti, perché rischia di essere insoddisfacente».
Le carte dell’assessore. Patrizia Trincanato ricorda che la giunta ha stanziato 16 mila euro già nel 2012 per la progettazione della ristrutturazione. Un architetto ha ricevuto l’incarico per il concetto delle installazioni esterne. «Contiamo di iniziare i lavori alla casetta il prossimo anno», anticipa Patrizia Trincanato, «ma il progetto sulla memoria partirà subito, il 13 novembre, con il ciclo di conferenze. Il debutto è affidato a Enio Marcelli, uno dei protagonisti del lavoro di recupero storico».
La storia riscoperta. Felis parla come storico, ma è anche uno dei consiglieri del Pd autori di diversi documenti presentati in consiglio comunale per chiedere di portare avanti il progetto di «Casa della memoria», in cui dovrebbe essere raccontato l’intreccio forte tra la vita del quartiere Semirurali e il lager confinante.
Proprio qui sta il maggiore punto di dissenso di Piccolin, secondo cui «se il Comune vuole dedicare un centro di documentazione al lager, questo va realizzato nella zona di via Resia».
Ricorda Felis: «Ci sono episodi molto forti che riguardano abitanti delle Semirurali e il lager in funzione, a partire dalla donna che faceva la postina ed entrava nel campo. Questo rapporto diventa ancora più forte dopo la guerra, quando il lager abbandonato venne occupato dalle famiglie rimaste senza casa. Protagonisti straordinari di quella stagione furono don Daniele Longhi e don Gaetano Prati, che guidarono le famiglie. Nell’ex lager e immediatamente fuori sorse un asilo, una cappella, si organizzò una colonia elioterapica per i bambini che non potevano andare al mare. L’intreccio è strutturale, ma non è intenzione di nessuno anteporre la memoria del campo a quella delle Semirurali. Il lavoro di ricostruzione della memoria sia del quartiere che del campo è iniziato intorno agli anni Ottanta. Un altro punto: il Comune è in ritardo e ciò compromette in parte la restituzione, sono sparite le vecchie generazioni, il quartiere oggi è un’altra cosa. Lì abitavano i miei nonni e i miei zii: sono tutti morti».
Le critiche. Piccolin riassume: «Per noi il progetto doveva essere la memoria del quartiere, come venne realizzato, come vi si viveva. Un percorso storico, urbanistico e sociale. Si profila invece una impostazione troppo legata al lager. Nutro anche scarsa fiducia sulla realizzazione del progetto, visto che i primi atti formali del Comune sul museo risalgono al 2000. Ritengo che la strada più giusta fosse quella percorsa dal sindaco Salghetti e dall’architetto Azzolini: un museo vero e proprio, realizzato aggiungendo alla casetta una nuova ala in vetro. Non se n’è mai fatto nulla. Oggi non condividiamo l’impostazione data dall’assessore Trincanato». La replica dell’assessore: «Realisticamente il Comune oggi non potrebbe mai promettere un museo come quello immaginato da Salghetti. Non ce lo possiamo permettere. Questo è quanto possiamo fare. Chiamatelo compromesso, ma ne sono soddisfatta». Piccolin: «Lo spazio espositivo è ridotto, la storia delle Semirurali verrà annacquata. È assurdo pensare di realizzare un centro di documentazione sul Novecento in pochi metri quadrati. La nostra richiesta di consultazione popolare non viene ritirata». Ancora Trincanato: «La storia delle Semirurali non può essere staccata dalla storia del Lager e della zona industriale in cui la maggior parte degli abitanti si recava a lavorare». Lillo: «Il museo deve sorgere per ricordare una storia, non per affermare un principio ideologico. Se così fosse, resterebbe vuoto perché non interessante. Con le differenze e le convergenze che tocchiamo con mano anche adesso, penso che l’importante sia partire e che la giunta assicuri un percorso condiviso. A queste condizioni, ci stiamo».
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