BOLZANO. Si inizia a non ricordare più una parola, si finisce col non riconoscere più il volto di una persona cara. Ogni anno in provincia di Bolzano mille nuovi over 65 (ma aumentano i casi sotto questa fascia d’età) s'ammalano di Alzheimer, mentre in tutto l’Alto Adige a tutt'oggi sono 11.800 le persone colpite. Numeri importanti che negli anni tenderanno ad aumentare sempre più e che pongono con forza, fin da subito, il tema di una corretta gestione del paziente.

Lo sa bene l’Associazione Alzheimer Alto Adige - presidente Ulrich Seitz - che organizza oggi al Museion (in via Dante dalle ore 9 alle 15) una giornata con la doppia finalità di informare sulla difficile situazione dei malati e rispondere ai quesiti dei familiari.

Seitz chiede all’assessorato alla sanità un piano specifico sulle demenze, un registro con i dati aggiornati «perchè solo così si fronteggia l’emergenza», chiede di estendere il servizio di “memory clinic" - attivo a Bolzano e Merano - anche al resto dell’Alto Adige e di formare ed assumere nuovo personale: «Purtroppo soffriamo di una grave carenza di personale qualificato».

Le caratteristiche cliniche della malattia possono variare notevolmente da soggetto a soggetto, tuttavia il sintomo più precoce ed evidente è in genere una perdita significativa della memoria che si manifesta, all’inizio, soprattutto con difficoltà nel ricordare eventi recenti e successivamente si aggrava con lacune in ambiti sempre più estesi.

Il percorso è sempre lo stesso. «Come primo passo ci si deve rivolgere al medico di famiglia che dopo gli accertamenti clinici invia il paziente - a seconda delle necessità - in Geriatria, Neurologia, Medicina, Riabilitazione o Psichiatria. A Bolzano e Merano funziona molto bene la “memory clinic” - all’interno della quale lavorano più figure professionali - struttura che non esiste nel resto dell’Alto Adige e che andrebbe invece implementata. Va detto - purtroppo - che a Bolzano e Merano le liste d’attesa sono spesso troppo lunghe e creano evidenti disagi e problemi alla popolazione». Importantissimo - una volta accertata la diagnosi di Alzheimer - il percorso di cura. «Il 60% dei malati viene seguito a casa dai parenti e dalle badanti. In questo caso chiediamo maggior sensibilità per accedere con più facilità agli assegni di cura per la non autosufficienza». Gli altri pazienti - quando si aggravano - vengono ricoverati nelle case di cura o nei centri di lungodegenza. Ed anche in questo caso il numero dei letti non è sufficiente. Albert March, primario di Geriatria al San Maurizio e presidente della sezione altoatesina dell'Aip (Associazione italiana psicogeriatria) - che oggi sarà presente al Museion - spiega che è necessario creare una rete di percorsi diagnostico-terapeutici-assistenziali per garantire un'efficiente gestione integrata della malattia: «Puntiamo ad avviare una collaborazione sempre più stretta tra i medici di famiglia ed i centri specialistici provinciali per riconoscere quanto prima la patologia e partire fin da subito anche con una cura appropriata». Giuliano Piccoliori - medico di medicina generale in Val Gardena e direttore dell'Accademia altoatesina di medicina generale - spiega che in Alto Adige si fa già tanto contro la demenza ma si può e si deve migliorare: «Il problema oltre che medico è assistenziale. I farmaci rallentano la progressione della malattia, è vero, ma non sono risolutivi e ad un certo punto della malattia i pazienti diventano difficilmente gestibili a casa anche in presenza di una badante. E se è vero che in provincia la stragrande maggioranza delle case di riposo è già stata convertita in struttura per lungodegenti o si sta convertendo ... è anche vero che dobbiamo andare ancora più veloci perchè in determinate realtà i tempi di attesa per ottenere un posto letto in strutture dedicate sono anche di mesi e questo non va».