Bolzano. Al termine dell’incidente probatorio svoltosi ieri mattina, il giudice Peter Michaeler ha disposto il trasferimento nel Rems (acronimo di residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza) di Pergine di Amidu Salifu, il togolese di 35 anni che lo scorso 27 gennaio fu protagonista di una mattinata di follia, per le vie di Bolzano sud: l'uomo, che lavorava come operatore della Croce Rossa al Centro di accoglienza all'ex Alimarket, improvvisamente si mise a camminare completamente nudo per strada, armato di una mazza con la quale colpì alcune auto e fece poi resistenza agli agenti intervenuti per fermarlo, ferendone leggermente alcuni. La perizia effettuata nelle scorse settimane dalla dottoressa Susanna Arcabasso, psichiatra dell'ospedale di Bolzano, ha stabilito che Salifu non era imputabile al momento del fatto, a causa di quella una fase psicotica acuta transeunte, un disturbo mentale transitorio, insomma. La dottoressa Arcabasso, pur riconoscendo i progressi fatti da Amidu in questi mesi, il suo spirito collaborativo e la sua disponibilità ad assumere i farmaci prescritti per lui dai sanitari, ritiene che il trentacinquenne sia socialmente pericoloso. Per questo motivo, il giudice Michaeler ha disposto il suo trasferimento alla Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza a Pergine. Fino ad oggi, Amidu era ospite, in regime di libertà vigilata, nel reparto di psichiatria di Bolzano. Il suo soggiorno nella struttura di Pergine, che per ora non ha una data di scadenza, rappresenta un inasprimento della misura restrittiva nei confronti dell’ex operatore della Croce Rossa. Le indagini sulla vicenda proseguono e un eventuale processo nei confronti del togolese sarà valutato più avanti, dal sostituto procuratore. Nel corso dell’interrogatorio di garanzia, svoltosi un paio di settimane dopo i fatti in una camera di sicurezza del reparto di psichiatria, Amidu aveva detto di non ricordare della sua folle scorribanda. Durante il suo soggiorno al San Maurizio, il giovane aveva raccontato di essere nato in una famiglia di religione cattolica protestante. Il padre era una sorta di stregone e lui, che soffre anche di epilessia, è stato per tutta la sua infanzia ghettizzato e considerato in qualche modo posseduto da forze maligne. Aveva decido di fuggire alla ricerca di una vita migliore, attraverso il Niger, fino alla Libia. Anche lui, però, come altri migliaia di uomini, giovani e donne dell’Africa subsahariana era stato imprigionato, picchiato e torturato per mesi. Poi l’arrivo in Italia e la disperata ricerca di una normalità e di un equilibrio che, probabilmente, egli stesso aveva pensato di aver finalmente trovato. Una normalità che il 27 gennaio scorso è andata definitivamente in frantumi.