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BOLZANO. Essere ebrei durante “l’era Magnago” non deve essere stato semplice. Ancora nel 1987, c’è un lungo articolo pubblicato allora dall’Alto Adige che lo testimonia, la Provincia finanziò un libro di Willy Acherer in cui scriveva: «I nostri torturatori erano tutti ebrei». E li accusava di aver tentato una operazione eugenetica “nei confronti del popolo tedesco” dopo la guerra. Non bastarono le critiche di tanti storici tirolesi a fermarne la pubblicazione. E il finanziamento pubblico. Altri esempi? Nel 1982 il teatro Stabile di Bolzano scrisse una lettera al professor Berto Perotti che a Düsseldorf era stato testimone della caccia agli ebrei durante la “Notte dei cristalli” e aveva scritto un dramma su questo episodio, spiegandogli che non avrebbe potuto mettere in scena il suo lavoro per non porre “a repentaglio la sopravvivenza economica dell’istituzione che dipendeva dai finanziamenti Svp”. Quella lettera, firmata dal direttore Marco Bernardi, appare oggi in fotocopia nell’ultimo libro di Federico Steinhaus, ex presidente della comunità ebraica meranese, studioso e scrittore. Perché? «Beh, scoperchiò gli abusi dell’immenso potere censorio di cui disponeva allora il partito dominante» dice Steinhaus. E aggiunge: «Magnago, ex combattente in Russia con la Wehrmacht dove aveva perduto una gamba, si circondò di altri reduci e aveva vietato a tutti gli esponenti della Svp di partecipare a qualsiasi evento della comunità ebraica». Hubert Frasnelli, deputato della “sinistra” del partito, venne emarginato per anni come “traditore” per le sue posizioni di apertura nei confronti degli israeliti altoatesini. Si volle la sostituzione dell’allora assessore alla Cultura Anton Zelger con Bruno Hosp perché gli ebrei sudtirolesi tornassero ad avere cittadinanza. E l’arrivo di Durnwalder mutò il clima generale. Tanto che il vescovo Egger definì sul Dolomiten Ulli Mair che si opponeva ad un piccolo monumento in memoria delle giovani vittime dell’Olocausto “indegna di assumere la carica di segretaria di un partito”. Ma non era finita. Neppure dopo di allora: svastiche sui cimiteri, “Jude” scritto sui negozi meranesi, rapporti sempre più stretti tra destra di valle e ambienti neonazisti e, oggi, volti di Casapound che si fanno ritrarre accanto ai manifesti di Hitler (Andrea Bonazza), felpe della divisione collaborazionista Charlemagne in consiglio comunale (sempre Bonazza). E le svastiche apparse di recente ad Appiano, davanti al centro migranti ad accompagnare l’esplosione di una bomba carta. Ecco perché Steinhaus ha scelto per il suo libro questo titolo: «Una giornata della memoria, 364 giornate dell’indifferenza» (Raetia editore). Perché non è mai finita. Scrive Steinhaus: «Chiunque ritenga che l’antisemitismo sia un fenomeno conclusosi con la fine della guerra, si sbaglia... Ricordando molti degli episodi di antisemitismo verificatisi in Italia e in particolare in Alto Adige dopo il 1945, emerge chiara la necessità di una incessante e attenta vigilanza nei confronti di ogni forma di razzismo». Abbiamo restaurato il muro del Lager di Bolzano, i presidenti della Repubblica ricordano ogni anno la Shoah, ma ancora oggi, ad esempio in Francia, i ragazzini ebrei che indossano la keppiah sono picchiati per strada, migliaia di famiglie lasciano l’Europa perché i loro negozi, le case, le loro nonne anche invalide sono bruciati, minacciati, picchiate e uccise. E negli stadi, le sciarpe e gli striscioni degli ultras parlano di ebrei e di forni. Ma che succede, Steinhaus? «Succede che l’antisemitismo non è morto». E infatti il sottotitolo del volume riporta: «Mutazioni, manipolazioni, camuffamenti dell’antisemitismo». Certo, c’è chi continua a dichiararsi esplicitamente antisemita. E lì è chiaro. Ma il virus ha mutato pelle: dove non arriva l’antisemitismo giunge l’antisionismo. E dunque ecco la demolizione delle ragioni storiche che hanno condotto alla costruzione di Israele. «Che si critica a prescindere, finalmente liberi di attaccare gli ebrei sotto forma di un loro governo». Davanti ad Israele emergono pregiudizi e accuse che mai verrebbero pronunciate anche nei confronti di stati apertamente liberticidi. E dunque antisemitismo- antisionimo - anti Stato d’Israele: questa è l’equazione che connette l’antico substrato antiisraelitico dell’occidente cristiano, del mondo arabo, dei razzisti d’ogni risma con le pregiudiziali antiisraeliani, accomunando "gli ebrei" ai governi di Tel Aviv tout court. Insomma, il “dalli all’ebreo” e il “dalli ad Israele” connette i razzismi. Così che lo stesso Steinhaus propone, in un passo del suo libro fitto di documenti, fotografie, ritagli di giornale, testimonianze, che «il Giorno della Memoria deve includere anche zingari, malati mentali, handicappati, omosessuali uccisi a centinaia di migliaia». Con questa bussola "steinhaussiana" sarà facile trovare in tanti oppositori delle "teorie gender" nostrani, in folte schiere "identitarie" italiche e no e in molta sinistra che esalta regimi oppressivi che spingono per la cancellazione di Israele, i fili che legano posizioni così apparentemente antitetiche. Essi sono, in sintesi, l’antisemitismo, più o meno mascherato e, più in generale, l’intolleranza nei confronti delle minoranze. E, fuor dalla politica di oggi, non sarà più così difficile scavare dentro i nostri pregiudizi, a individuare quel sottofondo di oscurità e di disumanità che condusse tanti sudtirolesi, ieri, a denunciare ai nazisti le case dove vivevano gli ebrei. E tanti italiani oggi a negare ancora la Shoah, a mettersi felpe naziste, a evocare i forni, a diffondere non-verità in rete, a temere i complotti dei giudei, mettendo all’indice, in un calderone laicità, minoranze, matrimoni gay, Israele, migranti e barconi.
Il libro sarà presentato giovedì 24 gennaio alle 18 al Trevi.
Il libro sarà presentato giovedì 24 gennaio alle 18 al Trevi.


