AUSCHWITZ (POLONIA). Auschwitz. È il quattro febbraio e la sveglia è impostata alle cinque. Oggi ci attende la giornata più dura di tutto il viaggio, la ragione per cui siamo saliti sul treno per Cracovia.

Laboratori di preparazione, incontri con la comunità ebraica meranese, ore di confronti tra partecipanti e tutor.

Ci siamo preparati il più possibile per la nostra visita.

Il passaggio sotto la scritta “Arbeit macht frei”, la visita al più grande cimitero del mondo e alla più grande fabbrica di morte mai realizzata dall’uomo. Abbiamo calpestato quei terreni, abbiamo percepito sulla nostra pelle il freddo del vento che ha portato con sé le ceneri di milioni di uomini e di donne. Nel campo di Auschwitz 1 abbiamo scoperto con quale atrocità è stata pensata la soluzione finale, con quale ingegno è stata strutturata l’eliminazione dei “colpevoli”. Si è calcolato il prezzo delle pallottole, il gas più economico e ogni possibile ricavo dai cadaveri degli uomini. Si è tratto guadagno dalla requisizione degli effetti personali, dalle ossa degli scheletri e persino dai denti e dai capelli. Abbiamo camminato tra le più grandi prove di crudeltà della storia dell’uomo fino a che, entrando nel padiglione israeliano, abbiamo associato ai numeri dei volti. Un’intera baracca ricordava le vittime prima della Shoah, i bambini che giocavano, gli uomini che ridevano e che gioivano, che vivevano. Ogni nostra reazione è stata unica e appartiene solo ed unicamente a ciascuno di noi. I pianti, i silenzi e le domande che bombardavano le nostre teste non si possono trascrivere sulla carta. Vanno vissute. Cosa ci ha lasciato Auschwitz? Domande. Rabbia. Paura. Ha cambiato profondamente ognuno di noi come individuo, e tutti noi come comunità. Mentre la nostra persona e la nostra emotività venivano scosse come probabilmente mai in passato, la nostra coscienza collettiva assumeva un’identità più forte e decisa. Dobbiamo rendere straordinarie le nostre vite, dobbiamo diventare testimoni di una tragedia senza eguali nel mondo. Dobbiamo attivarci affinché si impari dal passato e non si sia condannati a ripeterlo. E dobbiamo farlo insieme, come squadra e come società. Perché mentre la sofferenza ci dominava abbiamo cercato le braccia dei nostri compagni di viaggio, perché mentre camminavamo in silenzio a fianco dei binari di Birkenau sapevamo di avere a fianco amici, fratelli, persone che ci amano in quanto uomini. Torniamo a Cracovia consapevoli di quanto sia importante stare insieme nelle differenze, lottare per la libertà e per la giustizia. Il futuro è nelle nostre mani, nelle mani di giovani che vogliono cambiare il mondo. Che hanno provato rabbia per l’orrore della Shoah, ma che hanno sofferto ancora di più sapendo che, nonostante tutto, è esistito il Rwanda, è esistito Srebrenica. Così sbagliato e così vicino a noi. Ma il futuro è nelle nostre mani, e per quanto il mondo sia pieno di odio, noi ambiamo a essere una voce fuori dal coro, sogniamo di coinvolgere tutta la nostra generazione affinché tragedie simili non possano mai ripetersi. Torniamo a Cracovia provati, distrutti, arrabbiati. Torniamo a Cracovia anche convinti, cambiati e determinati. Il nostro viaggio non finisce qui.

*reporter Promemoria Auschwitz (2/segue)