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BOLZANO. Non scappano solo dalle guerre. Ci sono anche i terremoti, la disperazione, l'obbligo di costruirsi un futuro quando il presente è finito sotto la polvere delle macerie. Ashok Bohara ha 17 anni e nell'età in cui la maggiore preoccupazione dovrebbe essere quella di arrivare alla maturità con un punteggio basso, è dovuto diventare migrante ancora prima di essere ragazzo. Ieri ha partecipato a un incontro sulla legalità organizzato da Volontarius con l’avvocato Vittorio Papa al centro giovanile Corto Circuito. Quando ti parla, in un inglese imparato alla scuola della vita, è calmo, determinato, educato e senza nessuna voglia di fare la vittima.
«Il terremoto del 25 aprile 2015 a Kathmandu, in Nepal, ha raso al suolo tutto quello che avevo uccidendo mamma e papà. Io e la mia sorellina di 13 anni siamo rimasti soli. Ho dovuto prendere una decisione: per aiutarla mi sono messo in cammino. Lei è rimasta a casa a studiare». Vive in una città che ancora oggi non si è rialzata, dove la corrente non funziona per diverse ore al giorno. «Riesco a sentirla ogni tanto al telefono. È forte».
E tu, Ashok, ti senti forte? «Sono arrivato in un luogo, Bolzano, che può finalmente darmi qualche prospettiva. Sono in Alto Adige da cinque settimane. Significa essere forti?».
Vale la pena farsi raccontare da lui il viaggio che, in un anno, lo ha portato fino a qui. «Per diversi giorni ho cercato un volo a basso costo per Istanbul. Da lì ho seguito il percorso che fanno molti migranti». Quello che noi chiamiamo la “Rotta dei Balcani” e che per i profughi è una strada in cui ogni singolo passo è vissuto come una conquista.
«Mi sono imbarcato su una nave per la Grecia e da lì mi sono incamminato verso il confine con la Macedonia». Idomeni, un recinto che fa molta più paura rispetto a quello che si sta costruendo al Brennero. «So che se ne parla molto ma sarò sincero: io sono riuscito a superarlo senza troppe difficoltà. Non c'era ancora tutta questa attenzione. E tensione».
Come l’hai passato? «Diciamo che se una persona non ha un posto dove tornare trova il varco per andare».
Dalla Macedonia alla Serbia. «Mi sono fermato nella cittadina di Bujanovac per un mese. Dovevo mettere a posto alcuni documenti. Ricordo le attese». Cioè? «La vita del migrante è tutta un'attesa: di quel documento, di un'informazione o della giornata che passi perché non puoi lavorare né essere particolarmente utile. Noi eravamo in tanti: alcuni dormivano nelle tende, altri nei parchi o in giacigli di fortuna». Con il cellulare spesso in mano? «Io ho un telefonino normalissimo, ma non pensate che i profughi siano necessariamente senza disponibilità economica. Ci sono storie e condizioni umane molto diverse». Le generalizzazioni le fa solo chi ha pregiudizi? «Parliamo di viaggi e di vita, non di politica».
«Dopo un mese sono ripartito dalla Serbia e sono arrivato in Austria, in treno. Ho scoperto che avere i documenti in ordine e il biglietto del treno regolare può non essere sufficiente. A Vienna mi hanno fatto scendere. Ci avevano avvertito di non uscire dalla stazione e io sono rimasto nell'area dei binari fino a quando non sono riuscito a salire sul convoglio giusto. Quello che mi ha portato a Bolzano». Perché Bolzano? «Ho trovato assistenza in Volontarius, ma avevo già intenzione di raggiungere questo luogo. Qui ci sono le montagne e per un cittadino del Nepal non è proprio un aspetto secondario. Sono sinonimo di vita». E adesso? «Adesso studio e cerco di costruirmi un futuro. Una persona, se è valida, ha sempre delle opportunità da inseguire. Ovunque e comunque». (a.c.)
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