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BOLZANO. Il cartello piazzato sulla recinzione con una mano che intima l’alt e il divieto di ingresso risulta quantomai ironico, piazzato a mezzo metro da una rete divelta e piegata su se stessa abbastanza da aprire un varco per balzare nel cortile.
Le vecchie scuole di Aslago, in via Castel Flavon, da anni sono al centro di una polemica tra amministrazione e residenti, e più volte sono state già sgomberate e ripulite. Ma come spesso accade, si tratta di soluzioni tampone che non fermano il problema, che puntualmente torna a presentarsi al calar del freddo. Nel tempo le porte e finestre della struttura sono state murate, e alcune anche intonacate, a dimostrare una certa buona volontà, ma non è bastato.
Dietro la rete strappata c’è un giardino incolto e quasi riconsegnato alla vegetazione, poi viene l’edificio sul fronte strada, quello più visibile. Basta girare dietro l’angolo e proseguire in quello che doveva essere il cortile della ricreazione degli studenti, per trovare le tracce inequivocabili della presenza di occupanti.
Spazzatura, sacchi di panni, lattine e bottiglie di birra vuote sparse a terra, resti di cibo e stracci. E l’aria che diventa pesante anche all’aperto, ad ogni passo meno respirabile. Dietro l’angolo la rivelazione: sotto la tettoia di una vecchia balconata qualcuno ha sistemato un vero e proprio campo. Sdraio sgangherate e un paio di secchi con gli stracci in ammollo, una scia di scarpe rotte e pezzi di oggetti arrugginiti indica la strada per la tenda, dove presumibilmente ci si ripara nelle notti invernali.
Poi però basta alzare gli occhi per capire che la tenda è solo l’inizio: le finestre al primo piano sono aperte, e da fuori si riesce a vedere il soffitto annerito di fuochi accessi sul pavimento per scappare dall’inverno bolzanino. La tenda allora non è la casa, ma l’ingresso: probabilmente dietro le coperte appese c’è la breccia da cui passare per infilarsi dentro. Un giro intorno alla casa e le finestre aperte e i vetri spaccati aumentano di numero, e compaiono le tavolacce che dovevano tappare gli ingressi, divelte e spezzate. Lungo il perimetro dell’edificio è una pioggia di vetri rotti.
Intorno c’è un tappeto di foglie marce e cachi sfatti che completa il paesaggio, e dietro l’albero c’è la porta sul retro, una seconda rete strappata che conduce a una discesetta sterrata che fila dritta nel parcheggio delle case di Oltrisarco.
I residenti conoscono la storia, ma si sono stancati di raccontarla, per la quantità di volte che l’hanno ripetuta.
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