PHOTO
BOLZANO. Direttore, domenica illuminano la scritta sopra il duce al cavallo. Che ne dice? «Bene, ma basta che non mi faccia parlare di politica...». Antonio Lampis guarda da Roma a questa nostra questione. E la vede in mezzo alle tante cose che accadono intorno alle opere d'arte italiane, in un Paese che ne possiede più delle metà dell'intero patrimonio mondiale e ha il più alto numero di siti Unesco dell'orbe terracqueo. Perché Lampis da un po' ha lasciato Bolzano, l'assessorato di Tommasini e i nostri monumenti inquieti per assumere la direzione generale dei musei di Stato, quel «museo diffuso», quelle migliaia di siti e istituzioni che vengono governate dal ministero della Cultura. Per cui, ora che è braccio destro del ministro ai Beni culturali Dario Franceschini, allarga lo sguardo e dice: «Ormai le opere d'arte, e il bassorilievo di Piffrader lo è, non si espongono più soltanto. Si tende a raccontarle. Che vuol dire offrire loro un contesto da cui osservarle. Ma che significa anche metterle in discussione, aprire riflessioni, commenti su di loro. E anche contestazioni». Insomma, non è che tutti siano mossi dalla necessità di conciliare tedeschi e italiani di fronte a certi monumenti, o siano indotti come è accaduto a Bolzano pure col monumento alla Vittoria ad un compromesso politico in una provincia difficile, ma la tendenza a lasciare l'arte ferma e chiusa nelle teche è un "mood" ormai in disuso.
Cosa si tende a fare oggi nei musei?
A creare un racconto.
Anche intorno alle opere?
Soprattutto per le opere. Si raccontano rispetto ai tempi e al luogo in cui sono state pensate e costruite. E raccontandole, immaginiamo e riportiamo anche il contesto che le riguarda.
E pure le idee di chi le ha volute?
Soprattutto. Perchè il senso del racconto, durante un'esposizione o nei luoghi che le contengono, serve a far capire cosa pensavano non solo gli artisti o gli architetti che le hanno immaginate ma pure cosa pensavano chi le osservava al tempo. E il racconto può essere una scritta, un pannello illustrativo, un convegno, una mostra tematica che ridisegna l'apparto critico.
Insomma, comprendere i processi mentali che le hanno prodotte...
E perchè questa o quell'altra opera si stata messa lì dove si trova e come mai in quel momento storico.
È un completamento.
Non solo. Serve in certi casi a capirle di più e, come conseguenza, ad aprire una discussione su di loro.
Perchè c'è sempre chi questo "racconto" deve scriverlo
E non è detto che la sua attualizzazione vada bene a tutti.
Ma va bene a lei...
Sicuramente. Perchè in questo modo si rendono vive le testimonianze.
Anche quelle in parte contestate come il bassorilievo di Piffrader col duce a cavallo?
Premesso che le opere in quanto memoria storica non andrebbero toccate, danneggiate o quant'altro, sì, l'installazione di Bolzano potrebbe entrare nel novero del racconto sull'opera.
Qui l'operazione è nata per salvarla, l'opera. E perché il mondo di lingua tedesca ha ricordi molto brutti e vivi del regime...
Ma non spingerei troppo su questo. In Alto Adige ci crediamo tutti speciali. E ci pensiamo speciali anche nelle sofferenze patite sotto la dittatura. Vorrei far notare che in tutta Italia la gente ha sofferto, è stata imprigionata e uccisa. Dunque non dobbiamo credere che le nostre discussioni siano così “speciali” da rendere uniche anche quelle sul bassorilievo.
Pure a Roma è stata riaperta una discussione sul mantenimento o meno di certi aspetti della monumentalità di regime. Come l'obelisco con la scritta "dux"
Se ne discuterà sempre. È la politica... Ma la conservazione dei siti è ormai un dato incontestabile. Tuttavia, ripensando ai sudtirolesi, anche la comunità ebraica romana non guarda con piacere a certe immagini mussoliniane o littorie di cui la capitale è piena. Ma anche se evoca in tutti noi ma in loro particolarmente, orribili ricordi, il tema è visto nel suo contesto. Ecco, non vorrei che a Bolzano, proprio pensando agli ebrei romani, ci si senta speciali anche davanti a quel duce.
Cosa si tende a fare oggi nei musei?
A creare un racconto.
Anche intorno alle opere?
Soprattutto per le opere. Si raccontano rispetto ai tempi e al luogo in cui sono state pensate e costruite. E raccontandole, immaginiamo e riportiamo anche il contesto che le riguarda.
E pure le idee di chi le ha volute?
Soprattutto. Perchè il senso del racconto, durante un'esposizione o nei luoghi che le contengono, serve a far capire cosa pensavano non solo gli artisti o gli architetti che le hanno immaginate ma pure cosa pensavano chi le osservava al tempo. E il racconto può essere una scritta, un pannello illustrativo, un convegno, una mostra tematica che ridisegna l'apparto critico.
Insomma, comprendere i processi mentali che le hanno prodotte...
E perchè questa o quell'altra opera si stata messa lì dove si trova e come mai in quel momento storico.
È un completamento.
Non solo. Serve in certi casi a capirle di più e, come conseguenza, ad aprire una discussione su di loro.
Perchè c'è sempre chi questo "racconto" deve scriverlo
E non è detto che la sua attualizzazione vada bene a tutti.
Ma va bene a lei...
Sicuramente. Perchè in questo modo si rendono vive le testimonianze.
Anche quelle in parte contestate come il bassorilievo di Piffrader col duce a cavallo?
Premesso che le opere in quanto memoria storica non andrebbero toccate, danneggiate o quant'altro, sì, l'installazione di Bolzano potrebbe entrare nel novero del racconto sull'opera.
Qui l'operazione è nata per salvarla, l'opera. E perché il mondo di lingua tedesca ha ricordi molto brutti e vivi del regime...
Ma non spingerei troppo su questo. In Alto Adige ci crediamo tutti speciali. E ci pensiamo speciali anche nelle sofferenze patite sotto la dittatura. Vorrei far notare che in tutta Italia la gente ha sofferto, è stata imprigionata e uccisa. Dunque non dobbiamo credere che le nostre discussioni siano così “speciali” da rendere uniche anche quelle sul bassorilievo.
Pure a Roma è stata riaperta una discussione sul mantenimento o meno di certi aspetti della monumentalità di regime. Come l'obelisco con la scritta "dux"
Se ne discuterà sempre. È la politica... Ma la conservazione dei siti è ormai un dato incontestabile. Tuttavia, ripensando ai sudtirolesi, anche la comunità ebraica romana non guarda con piacere a certe immagini mussoliniane o littorie di cui la capitale è piena. Ma anche se evoca in tutti noi ma in loro particolarmente, orribili ricordi, il tema è visto nel suo contesto. Ecco, non vorrei che a Bolzano, proprio pensando agli ebrei romani, ci si senta speciali anche davanti a quel duce.


