BOLZANO. Che fine ha fatto Roberto Bizzo? Dal mancato ingresso in giunta l’ex assessore del Pd si è ritirato in un imbronciato Aventino. Indignato verso il suo partito, che non avrebbe combattuto abbastanza per spuntare il secondo posto in giunta, nonostante il crollo dei consiglieri italiani. L’elezione a vice presidente del consiglio provinciale e a componente della Commissione dei 6 e dei 12 non è stata un balsamo adeguato. È passato un anno dall’elezione della giunta e Bizzo è scomparso dai radar. Non interviene in Consiglio, non ci sono disegni di legge, interrogazioni o mozioni a suo nome.

L’esilio politico di Bizzo si somma alla svolta anti-presenzialista del vice presidente Christian Tommasini. Risultato, «il Pd? Quale Pd?», ridacchiano i colleghi consiglieri.

Giovedì sera è stato approvato il bilancio provinciale dopo tre giornate di discussione: non c’è stato alcun intervento del Pd in aula, nemmeno la dichiarazione di voto del capogruppo Bizzo. Dopo svariate richieste, Bizzo accetta di raccontare. E promette: «Sono tornato».

«Bizzo, chi l’ha visto?». Cosa è successo?

«Sono politicamente esiliato tra qui e la paritetica di Roma. Mi occupo di Consiglio, di riforma costituzionale, ciò che entra nei limiti di un incarico istituzionale, che non consente di svolgere un ruolo politico».

È vero fino a un certo punto.

«Infatti, sono qui che parlo perché sto ripartendo. Mi sono riletto il discorso che tenne l’arcivescovo Carlo Maria Martini alla vigilia delle elezioni comunali di Milano del 1995: “C’è un tempo per tacere e un tempo per parlare”».

Non per essere sgarbati, ma lei si dichiara in esilio politico sedendo in un ruolo pagato con denaro pubblico.

«Non esageriamo. Il Consiglio dà lavoro e anche la Commissione dei 6 e dei 12. C’è del mio, se le norme di attuazione su toponomastica e personale della giustizia usciranno con una veste diversa da quella che era stata confezionata».

Lei ha reagito così all’esito delle trattative sulla giunta. Non crede che il silenzio danneggi prima di tutto lei?

«Il silenzio serve anche per capire. Questo periodo appartato mi è servito per riflettere su come aiutare la comunità. Nella sua relazione di bilancio il presidente Kompatscher ha scritto che bisogna lavorare per mettere in sicurezza il futuro. Era anche il mio slogan della campagna elettorale».

Kompatscher l’ha copiata?

«Ovviamente no. Semplicemente, questo è il tema. La nostra autonomia è stata incardinata dopo la seconda guerra mondiale, quando sono stati ridisegnati i confini dell’Europa. Si è sviluppata negli anni della Guerra fredda. Il muro di Berlino è caduto nel 1989, ma il nostro Statuto non ha accompagnato l’evoluzione della storia. La nostra autonomia è sotto attacco perché è narcisista e autocentrata. Non ha voluto mettersi al traino delle altre regioni. Al contrario, in passato ha vissuto con fastidio la conquista di nuove competenze da parte delle “ordinarie”, come se ciò accorciasse il nostro piedistallo. Adesso ce la fanno pagare, perché la nostra è stata una autonomia dallo Stato, invece che un moderno modello di co-gestione».

Il percorso di revisione dello Statuto è iniziato.

«E meno male. L’assetto attuale non è più in grado di tutelare e anestetizzare le popolazioni che vivono in Alto Adige. Dobbiamo interpretare il presente e darci gli strumenti per il futuro. La sanità ne è l’esempio perfetto. Il sistema che porta tutto a tutti non regge più: non solo per questioni di finanze, ma ancora di più per carenza di risorse umane».

Sono scesi i sindaci in piazza per difendere i reparti.

«Bisogna decidere: avere tanti piccoli ospedali di bassa qualità o alcuni di discreta qualità con qualche eccellenza».

Tutto chiaro, ma il Pd dov’è? Prende posizione attraverso Antonio Frena sulla sanità, mai sull’energia, quasi nulla sullo statuto.

«Vero. Nel Pd sono tutti renziani, ma manca il renzismo. Abbiamo bisogno di un Pd forte per mettere in sicurezza la comunità, a partire da quella italiana, mentre alcuni preferiscono un Pd piccolo, meglio controllabile».

Alla paralisi del Pd ha contribuito anche il vostro gruppo. Avete trascorso mesi a farvi la guerra con i ricorsi. Siete tutti responsabili.

«Siamo la minoranza e le minoranze si devono tutelare. Comunque, come detto, è arrivato il tempo di parlare».

Elezioni comunali, qual è la sua linea? Partecipare anche in periferia con il simbolo o organizzare delle civiche? A Salorno il sindaco Giacomozzi è rientrato nel Pd.

«Le civiche non dovrebbero avere senso, perché il Pd che ho in mente si propone come punto di riferimento di una comunità, che in alcuni casi si sente abbandonata. È vero che parlo poco, ma giro molto la provincia. Alle comunali dovremmo partecipare con il nostro simbolo ovunque sia possibile. Sarei contento se le civiche confluissero nel Pd. Non per cancellarne la storia ma per arricchire il partito».

A Bolzano è scontata la ricandidatura di Spagnolli?

«Se lo sceglieremo, vorrei fosse perché è il migliore non perché manchino le alternative».

Cosa significa in concreto?

«Mi aspetto che Spagnolli dica le sue visioni e presenti il bilancio di 10 anni. Tra l’altro in base alle regole del Pd Spagnolli ha bisogno della deroga per il terzo mandato. Non sono per la deroga a prescindere né contro. Bolzano ha bisogno di un sogno grande».