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BOLZANO. «Il progetto Benko? Tutto estetica e business. Quella che manca è la socialità, ovvero l’anima che dovrebbe dare umanità ad un’enorme quantità di cemento che verrà realizzata nel cuore della città». È critico Antonio Scaglia - professore universitario di Sociologia, autore del Piano sociale elaborato per il Comune di Bolzano, che per anni ha tenuto corsi di sociologia urbana alla facoltà di Architettura di Innsbruck - sul progetto di riqualificazione dell’area di via Garibaldi, via Alto Adige, via Perathoner firmato dall’archistar David Chipperfield per l’imprenditore Renè Benko, in particolare per quanto riguarda l’impatto che avrà sulla città.
«L’iter che precede la nascita del progetto Chipperfield (conosciuto più come “progetto Benko”) è stato lungo, complesso e tormentato. Il fatto che nella comunicazione sia stata accettata la semplificazione “Megastore”, rischia di degradare gli obiettivi ben più ampi che coloro che hanno dato inizio a questo iter si proponevano. Le autorità pubbliche hanno fissato una serie di paletti urbanistici che chiedevano di connettere l’area con la stazione ferroviaria (attuale e di progetto), salvaguardare il parco della stazione e l’ambiente, dare collocazione alla stazione delle autocorriere, allocare il megastore, lo spazio per le auto, una buona percentuale di residenza, il collegamento con il centro storico, con la struttura provinciale e con le principali arterie circostanti».
I paletti secondo lei sono stati rispettati?
«Il rapporto con la stazione ferroviaria attuale è facile da intravedere; forse meno la connessione con quella in progetto (riqualificazione dell’areale Fs su progetto di Podrecca, ndr) che vedrà la luce fra 10 o 15 anni».
I critici contestano l’eccessiva quantità di cemento.
«In effetti, osservando i rendering volumetrici visti dal Virgolo, dal Duomo o dall’alto, nonostante il parziale rispetto del parco della stazione e il verde della piazza interna al complesso (un verde su terrazza, Dachgarden), l’intervento prevede un’entità volumetrica massiccia e non alleggerisce di certo la maglia urbana edificata, anzi la appesantisce rendendola eccessivamente compatta».
Lo schema delle nuove edificazioni richiama il modello viennese: edifici a quadrilatero con spazio interno fruibile dagli inquilini.
«Qui però il modello viennese si complica per la massiccia presenza di un grande megastore interrato, perché lo spazio del “Dachgarden” difficilmente potrà essere riservato agli inquilini dei 150 appartamenti previsti nel progetto Benko. Del resto, è comprensibile che il finanziere che impegna grosse somme in quest’operazione valuti la redditività commerciale dell’iniziativa».
La commissione dei 13 tecnici, che ha esaminato il progetto, ha stabilito però che i paletti posti dall’ente pubblico sono stati rispettati.
«Mi permetto di osservare che alle indicazioni date ai concorrenti ne manca una e non di poca rilevanza».
E quale sarebbe scusi?
«Quella che dovrebbe salvaguardare la socialità».
Sì, ma in concreto cosa significa?
«Cerco di spiegarmi: ai miei studenti di architettura di Innsbruck ai quali ho tenuto il corso di Sociologia urbana per anni, ho sempre fatto verificare, nelle loro esercitazioni, se negli spazi che pianificavano e negli edifici che progettavano, si realizzassero relazioni sociali tali da rendere possibile una socialità solidale o almeno una presenza sociale, costante, capace di far vivere quella parte di territorio e quegli edifici in tranquillità e sicurezza. A questo servono gli spazi di verde attrezzato, le piazze, i servizi e l’equilibrata alternanza fra abitazioni, negozi, servizi alla persona, non certo a soddisfare l’aspetto urbanistico formale».
In quell’area però, oltre a megastore, uffici e hotel sono previsti anche appartamenti.
«Ne sono previsti 150 di alta qualità che significa circa 400 persone. Non sono però sufficienti per garantire, con la loro presenza esterna sull’area, un controllo che si traduca in sicurezza del territorio. Il problema non esiste solo durante il giorno. Quando gli edifici della Provincia si svuotano, quando non vi sono treni, quando il megastore chiude, tutta l’area circostante si vuota e le cose cambiano. Mi piacerebbe vedere in un rendering sociale il Benko megastore by night. Le cose peggiorerebbero ulteriormente se, come succede in areali di questo tipo, gli appartamenti di alta qualità finissero per ospitare uffici di avvocati, commercialisti associati, sedi d’impresa che possono pagare affitti onerosi senza batter ciglio».
Non è troppo pessimista?
«No, realista. Se ciò accadesse, la notte, quest’area urbana - stretta tra i palazzi della Provincia e il complesso della Camera di commercio - sarebbe un deserto affidato ai servizi privati di vigilanza».
Il progetto comunque prevede anche la costruzione di un nuovo hotel.
«Dalle esperienze urbane, gli hotel contribuiscono ben poco al controllo del territorio».
Cosa propone?
«Un’iniziativa di risanamento degli edifici abitativi nell’area circostante a mio avviso diventa a questo punto molto importante. Leggendo con attenzione le fasi e i contenuti del progetto, sono sorpreso nel vedere disatteso questo aspetto che nella moderna sociologia urbana per architetti è da considerarsi essenziale. Ciò perché la città deve avere, oltre ad una buona urbanistica e architettura, anche una solida rete di relazioni fra cittadini che fanno vivere e che governano la vita quotidiana».
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