BOLZANO. Il suo nome vero è Wen Jianhai, 51 anni, ma per gli italiani è difficile da pronunciare e ancor più da scrivere, per questo si fa chiamare semplicemente Angelo.

Titolare assieme alla moglie Rosa di un negozio di abbigliamento, scarpe, borse, bigiotteria al civico 21 di via Torino (angolo via Roma) e di un altro in via Resia dove c’è la sala Bingo, sarà il presidente dell’Associazione generale dei commercianti cinesi di Bolzano. L’atto costitutivo è stato regolarmente registrato presso il notaio; lo statuto è stato esaminato anche dai dirigenti dell’ambasciata cinese, che sarà presente con propri rappresentanti il giorno del debutto.

«Abbiamo già - spiega il presidente - 140 iscritti che rappresentano un po’ tutte le categorie: commercianti, gestori di bar e ristoranti, estetiste, parrucchieri. Per aderire bisogna pagare una quota, la cui entità è a discrezione del socio».

Da cosa nasce la necessità di creare un’associazione?

«I motivi sono più d’uno. C’è innanzitutto la necessità di dare un’identità alla nostra comunità che in Alto Adige conta circa 2 mila persone, sfatare certi pregiudizi, far sì che le istituzioni abbiano un referente. Ma anche favorire l’integrazione tra noi cinesi e la realtà dove viviamo, lavoriamo, mandiamo i figli a scuola. L’associazione dovrebbe inoltre essere in grado di aiutare le famiglie in difficoltà e soprattutto c’è il forte desiderio di far sì che i nostri figli imparino il cinese, conservino usi e tradizioni della nostra terra».

Angelo e Rosa - la loro storia comunque è simile a quella di tante altre famiglie - hanno due figli: la più grande è in Francia, il più piccolo Giacomo 11 anni, primo anno alla scuola media Archimede, è nato a Milano e oggi passa indifferentemente dall’italiano al cinese.

«Il guaio è che il cinese non lo sa né leggere né scrivere - dice il padre -: la nostra è una lingua difficile e noi non abbiamo tempo di insegnargliela. E comunque, come in tutte le cose, ci vogliono insegnanti veri, non noi che ci improvvisiamo tali».

L’esigenza di Angelo è quella di Gang, in Italia dal 2002, che gestisce il Bar Piazzetta: «A casa con mio figlio parliamo in cinese, non basta però a mantenere le radici con la nostra storia».

Angelo si è già mosso: è andato a parlare in Provincia con l’assessore Christian Tommasini, per poter creare una scuola di cinese.

«Avrei già trovato una decina di insegnanti, adesso si tratta di individuare i locali. Con la quota di adesione all’associazione siamo in grado anche di finanziare i corsi».

C’è il desiderio dunque che le nuove generazioni conservino i legami con la terra dei genitori, c’è però anche voglia di integrarsi: la cosa strana è che quella cinese, più di qualsiasi altra comunità straniera, gestendo bar, ristoranti, negozi, saloni di parrucchieri ed estetiste, è inserita nel tessuto economico dell’Alto Adige, ma è del tutto estranea alla vita sociale.

«È vero che lavoriamo tanto e abbiamo poco tempo per curare le relazioni, è anche comunque una questione di carattere: il cinese in genere non è particolarmente aperto. La nascita dell’associazione potrebbe aiutare ad uscire da un certo isolamento».