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BOLZANO. Prima di decidere di entrare in seminario, racconta, avrebbe voluto fare il medico: «Conoscevo una persona molto competente e cara, il dottor Moschen, medico condotto di Fondo. Mi aveva sempre entusiasmato il suo modo di lavorare. La sua discrezione, la sua competenza. E pensavo: che bella che potrebbe essere questa strada. E nella mia ingenuità vedevo quel lavoro come un venire incontro alla gente, non tanto come professione, quanto come missione». A questa «missione» don Giancarlo Bertagnolli avrebbe dedicato il resto della sua vita. Un «percorso», una «strada», al quale Paolo Valente ha dedicato un volume, appena uscito in libreria: «Camminar la strada. L'avventura cristiana di don Giancarlo Bertagnolli» (edizioni Il Margine, Trento). Una biografia - la prima dedicata a don Giancarlo - dalle «origini contadine» del sacerdote, nato in val di Non nel 1933, fino a oggi: 50 anni di sacerdozio, un pezzo di storia altoatesina. «La Strada - der Weg» è il nome dell'associazione fondata e guidata da don Giancarlo. «Strada» come percorso di vita ma anche come il luogo fisico dell'emarginazione dei più deboli: «La mia piccola parrocchia è la strada», afferma nell'intervista.
Quando, nel 1978, «La Strada» viene uffialmente fondata, don Bertagnolli ha già alle spalle una lunga esperienza in mezzo ai giovani. Nel 1963 era stato chiamato da Bronzolo, dove era cappellano, a Bolzano come assistente dei giovani dell'Azione cattolica: «Un salto mortale», lo definisce. E da lì a pochi anni sarà tra i primi in Alto Adige ad accorgersi dell'emergenza droga. Le pagine cui parla di questa scoperta sono intense e dure perché raccontano anche l'indifferenza della società rispetto a questo nuovo fenomeno - e alle sue tragedie. Un esempio: «A scuola questi giovani (tossicodipendenti, ndr) erano segnati a dito (...) nonostante io tentassi di chiarire a qualche docente che dietro ai voti negativi c'erano situazioni di forte disagio familiare, di partecipazione di gruppi al margine (...). La mia solidarietà verso questi studenti non era vista con simpatia. Non erano considerati per nulla». L'associazione, si diveva, nasce nel 1978 «ma non esisterebbe se non ci fosse stato don Luigi Ciotti». Personaggio ricorrente in molte pagine del libro (in appendice è riportato anche un suo intervento preparato per il 25esimo anniversario della Strada nel 2003), don Ciotti aveva creato il Gruppo Abele: «Orizzonti apparentemente distanti, in realtà vicini, persino intrecciati». Anche il vescovo Gargitter appoggiava l'impegno di don Giancarlo a favore dei giovani emarginati, ma certo non era questo il clima dominante: «Molti non hanno condiviso la mia scelta (...). Ero ritenuto un idealista. Era una Chiesa che non si incarnava e che faceva fatica ad avvicinare e incontrare questi giovani». Nasce così «La Strada», con questo nome «perché eravamo sulla strada. Abbiamo iniziato senza una sede». I primi anni controcorrente, senza soldi, ma con una rete di volontari sempre più ampia. Fin quando, nel 1983, Friedl Volgger, senatore Svp, accetta di diventare presidente dell'associazione. Volgger, come scrive Valente, è un altro «che ga sempre saputo andare per la sua strada, controcorrente». Nel 1939 si era esposto di persona contro le opzioni e il nazismo, e nel 1943 era stato internato a Dachau. La Strada in quegli anni sta cercando una sede per la comunità terapeutica e grazie a Volgger, che coinvolge Magnago, alla fine ne trova una a Monte San Giuseppe, sopra Lagundo. Una battaglia simbolo di un impegno anche nel e del mondo di lingua tedesca, quindi: «Il parroco di Lagundo, don Franz Pixner, da pulpito chiese alla popolazione che non facesse resistenze alla venuta della comunità terapeutica». Nel 1984 la posa della prima pietra della Casa San Francesco in via Visitazione. Da allora «La Strada - Der Weg» cresce, sempre al servizio di persone in situazioni di disagio: dai tossicodipendenti agli ex carcerati, dagli emarginati ai malati. Diventa un punto di riferimento per il volontariato. Nel libro il dialogo tra don Giancarlo - «un pioniere del campo sociale», come lo descrive il vescovo Golser nell'introduzione - e Valente tocca molti temi, dalla realtà locale a questioni più generali sull'educazione e la famiglia.
Oggi l'associazione conta una cinquantina di volontari, costantemente formati, e don Giancarlo è affiancato «da operatori meravigliosi ai quali ho delegato molte cose». «La Strada» continua a dedicarsi ai più deboli, quindi cambia come cambia la società: «Dobbiamo continuare a stare dalla parte dei più deboli - racconta ora don Giancarlo -, il che significa in primo luogo minori e giovani, che fanno sempre più fatica e hanno sempre più bisogno di un segno di speranza. Ma non ci sono solo loro. Vogliamo occuparci anche degli anziani e della loro solitudine, e un po' alla volta anche dei malati di Alzheimer. Abbiamo anche cambiato lo statuto sostituendo alla parola "giovani" la parola "persone". Le fatiche ci sono, nessuno ti spiana la strada, ma tentiamo di proseguire nel nostro cammino secondo le parole del Vangelo di Matteo: Ero nudo e mi avete vesito».
Quando, nel 1978, «La Strada» viene uffialmente fondata, don Bertagnolli ha già alle spalle una lunga esperienza in mezzo ai giovani. Nel 1963 era stato chiamato da Bronzolo, dove era cappellano, a Bolzano come assistente dei giovani dell'Azione cattolica: «Un salto mortale», lo definisce. E da lì a pochi anni sarà tra i primi in Alto Adige ad accorgersi dell'emergenza droga. Le pagine cui parla di questa scoperta sono intense e dure perché raccontano anche l'indifferenza della società rispetto a questo nuovo fenomeno - e alle sue tragedie. Un esempio: «A scuola questi giovani (tossicodipendenti, ndr) erano segnati a dito (...) nonostante io tentassi di chiarire a qualche docente che dietro ai voti negativi c'erano situazioni di forte disagio familiare, di partecipazione di gruppi al margine (...). La mia solidarietà verso questi studenti non era vista con simpatia. Non erano considerati per nulla». L'associazione, si diveva, nasce nel 1978 «ma non esisterebbe se non ci fosse stato don Luigi Ciotti». Personaggio ricorrente in molte pagine del libro (in appendice è riportato anche un suo intervento preparato per il 25esimo anniversario della Strada nel 2003), don Ciotti aveva creato il Gruppo Abele: «Orizzonti apparentemente distanti, in realtà vicini, persino intrecciati». Anche il vescovo Gargitter appoggiava l'impegno di don Giancarlo a favore dei giovani emarginati, ma certo non era questo il clima dominante: «Molti non hanno condiviso la mia scelta (...). Ero ritenuto un idealista. Era una Chiesa che non si incarnava e che faceva fatica ad avvicinare e incontrare questi giovani». Nasce così «La Strada», con questo nome «perché eravamo sulla strada. Abbiamo iniziato senza una sede». I primi anni controcorrente, senza soldi, ma con una rete di volontari sempre più ampia. Fin quando, nel 1983, Friedl Volgger, senatore Svp, accetta di diventare presidente dell'associazione. Volgger, come scrive Valente, è un altro «che ga sempre saputo andare per la sua strada, controcorrente». Nel 1939 si era esposto di persona contro le opzioni e il nazismo, e nel 1943 era stato internato a Dachau. La Strada in quegli anni sta cercando una sede per la comunità terapeutica e grazie a Volgger, che coinvolge Magnago, alla fine ne trova una a Monte San Giuseppe, sopra Lagundo. Una battaglia simbolo di un impegno anche nel e del mondo di lingua tedesca, quindi: «Il parroco di Lagundo, don Franz Pixner, da pulpito chiese alla popolazione che non facesse resistenze alla venuta della comunità terapeutica». Nel 1984 la posa della prima pietra della Casa San Francesco in via Visitazione. Da allora «La Strada - Der Weg» cresce, sempre al servizio di persone in situazioni di disagio: dai tossicodipendenti agli ex carcerati, dagli emarginati ai malati. Diventa un punto di riferimento per il volontariato. Nel libro il dialogo tra don Giancarlo - «un pioniere del campo sociale», come lo descrive il vescovo Golser nell'introduzione - e Valente tocca molti temi, dalla realtà locale a questioni più generali sull'educazione e la famiglia.
Oggi l'associazione conta una cinquantina di volontari, costantemente formati, e don Giancarlo è affiancato «da operatori meravigliosi ai quali ho delegato molte cose». «La Strada» continua a dedicarsi ai più deboli, quindi cambia come cambia la società: «Dobbiamo continuare a stare dalla parte dei più deboli - racconta ora don Giancarlo -, il che significa in primo luogo minori e giovani, che fanno sempre più fatica e hanno sempre più bisogno di un segno di speranza. Ma non ci sono solo loro. Vogliamo occuparci anche degli anziani e della loro solitudine, e un po' alla volta anche dei malati di Alzheimer. Abbiamo anche cambiato lo statuto sostituendo alla parola "giovani" la parola "persone". Le fatiche ci sono, nessuno ti spiana la strada, ma tentiamo di proseguire nel nostro cammino secondo le parole del Vangelo di Matteo: Ero nudo e mi avete vesito».
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