BOLZANO. Quattro anni fa hanno iniziato a correre e non si sono più fermati. Kristin e Christian Auer hanno terminato pochi giorni fa la loro avventura sportiva più impegnativa. Da Bolzano a Venezia di corsa in 36 ore e 04 minuti, spalmati in tre giorni e mezzo. Christian Auer, 42 anni, è ispettore dei vigili del fuoco al comando di Bolzano. Kristin, 40 anni, è casalinga e si prende cura della loro figlia Julia. Vivono a Terlano. Hanno scelto un nome bilingue: «Direktissima Bozen-Venezia». L’itinerario da piazza Walther di Bolzano a piazza San Marco. 198 chilometri. 3.999 metri in salita, 4.265 in discesa. Hanno tenuto una velocità media di sei chilometri all’ora, anche nella seconda fase, a partire da Feltre (Belluno), quando dalla corsa sono passati al nordic walking, «perché c’era l’asfalto e il caldo è arrivato a 38 gradi». Il percorso «lo abbiamo individuato tracciando una retta tra le due piazze sulla carta geografica». Perché Venezia? Christian Auer: «Perché mi piace il mare e da bambino Venezia mi sembrava lontana come l’America». Questo il loro racconto. Di due persone normali, che fanno cose speciali.

È iniziata così. «Nel 2010 pesavo 91 chili e con Kristin eravamo un po’ pigrotti, ci piaceva girare in moto. Sport ne facevamo poco. Per la verità Kristin dopo la maternità aveva iniziato a correre tutti i giorni. Poi una nostra amica l’ha invitata a una uscita di sci alpinismo. È andata così bene, che ha fatto venire voglia anche a me. A quel punto abbiamo detto: cambiamo vita . Quello stesso inverno abbiamo raggiunto 16 vette. In primavera, sciolta la neve, abbiamo iniziato a correre», racconta Christian. Fare le cose a metà non sembra entrare nel vocabolario di casa Auer. Correre è stato declinato in corsa in montagna, «trail running». «Abbiamo scoperto la pista Postal-Verano, dove si allenano tutti gli appassionati. Sali di corsa, mille metri di dislivello, scendi in funivia. Una volta ho fatto una sparata: riusciremo a farla otto volte in 12 ore. Mesi di allenamento e ce l’abbiamo fatta, io nove volte, Kristin otto», ancora Christian Auer. L’anno scorso sono arrivati secondi nella loro categoria alla «Südtirol Ultra Skyrace», 128 chilometri di corsa tra le montagne. Poi l’idea di Venezia si è piantata nella testa.

Perché si fa. Cosa si vuole dimostrare, mettendosi alla prova in modo così estremo? Essere diversi, più forti di tutti? «Il contrario», rispondono, «Vogliamo dimostrare che se vuoi, puoi. Quattro anni fa non saremmo arrivati di corsa a San Giacomo. Adesso siamo andati a Venezia. Puoi fare cose inimmaginabili, se lo decidi. E ascoltare il proprio corpo, imparando a riconoscere dove spostare il limite».

Direzione Venezia. Giovedì scorso la partenza da piazza Walther alle 5 di mattina. Bagaglio ridotto al minimo di un chilo e 20 grammi. Il percorso è stato preparato nei mesi scorsi, con sopralluoghi sul posto. «Quando sei sotto sforzo a questi livelli non puoi permetterti di perdere l’attacco del sentiero. La testa di abbandona». La prima tappa ha visto la coppia salire sul Colle e poi dirigersi verso Nova Ponente e da lì a Passo Lavazè, Stava, Tesero, Ziano di Fiemme e Malga Sadole, dove hanno dormito. Il secondo giorno la tappa li ha portati da Passo Sadole a Caoria, Canale San Bovo, Val Schener, Fonzaso e Feltre. Dopo la notte a Feltre , Kristin e Christian sono partiti per Vas, Quero, Cornuda, Montebelluna, Quinto di Treviso. E infine, domenica, sveglia sempre presto e via per Venezia con il caldo che tagliava le gambe. A mezzogiorno ecco il campanile di piazza San Marco. «L’ultima fatica è stata trovare un turista che ci scattasse qualche foto. Ci siamo comprati un paio di ciabatte, mangiato la pizza più meritata della nostra vita e siamo saliti sul treno per Bolzano».

Come si regge. Sul ponte Libertà tra Mestre e Venezia, con una caviglia dolorante Christian quasi si è arreso. «Mia moglie aè andata avanti di cinque metri e ha fatto passo. Sapeva che avrebbe ceduto anche lei, se mi fosse stata troppo vicina», racconta il marito, «non c’è un segreto particolare per resistere. Ancora più dell’allenamento e della giusta alimentazione, conta la testa. E per noi, abituati alla corsa in montagna, la pianura è stata una sfida in più. In montagna il paesaggio cambia di continuo: c’è una curva, una montagna, un cambio di vegetazione. Sono le ancore cui il cervello si appende per reggere la fatica. In pianura no, corri e l’orizzonte resta là in fondo». Cosa si mangia? «Pane nero, salumi, formaggio. Bevevamo sei litri di acqua al giorno. Poi la sera si va a cena». Integratori? «No, aumenterebbero il peso dello zaino». La prossima volta? «Ci sarà, ma non abbiamo ancora deciso dove».

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