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È morto a Tubinga, in Germania, Valentino Braitenberg. Era nato a Bolzano, aveva 85 anni ed è stato uno scienziato di fama mondiale: ha realizzato studi fondamentali nel campo della cibernetica ed è stato tra l'altro direttore e cofondatore del Max-Planck-Institut für biologische Kybernetik. Crebbe sotto il fascismo, frequentò le Katakombenschulen, ebbe una straordinaria carriera accademica e di ricerca tra Usa, Italia e Germania. Con la scomparsa di Valentino Braitenberg la società altoatesina perde uno spirito libero, che affrontava le tematiche locali con l'ottica di uno scienziato, svincolato dagli opportunismi politici e di potere, senza mancare mai di dire la sua. Negli ultimi anni Valentino Braitenberg si divideva tra Tubinga e Merano. Dopo l'infanzia e l'adolescenza in Alto Adige (suo padre Karl fu tra i fondatori della Svp) Braitenberg si iscrisse all'università di Innsbruck, dove studiò prima fisica e poi medicina, materia nella quale si laureò poi a Roma. Si specializzò in neuropsichiatria. Iniziò a dedicarsi agli studi sulle strutture celebrali, sulla teoria dell'informazione e sulla cibernetica. È stato tra l'altro professore di cibernetica alla facoltà di fisica di Napoli. Nel 1968 ha fondato insieme ad altri scienziati il Max-Planck-Institut für biologische Kybernetik, che ha diretto fino al 1994. Alla fine degli anni Novanta partecipa alla fondazione a Rovereto del Laboratorio di Scienze cognitive (dell'università di Trento) di cui è stato presidente. Rovereto lo ha nominato anche cittadino onorario. È il figlio Zeno Braitenberg, giornalista di Rai Sender Bozen, a tracciare un ritratto del padre: «Era era una persona dai tanti colori, dalle molte sfumature. Difficile tracciare un suo profilo in modo compiuto. Era nato nel 1926, sotto il fascismo, per cui il suo nome fu italianizzato da Valentin a Valentino. Per lui, anche se fu costretto pure alle Katakombenschulen, portare questo nome non è mai stato un problema. Anzi poteva utilizzarlo quale motivo per innestare in una discussione sui temi della convivenza dei gruppi etnici altoatesini, un tocco d'ironica provocazione. L'Alto Adige era un tema a lui molto caro, anche se lo aveva lasciato a 19 anni. Ma anche su tale tematica partiva da una sorta di "spotlight" che induceva gli interlocutori ad assumere atteggiamenti mentali diversi. Punti di vista spiazzanti. L'Alto Adige/Südtirol era il tema sul quale voleva essere immancabilmente aggiornato ogni volta che mi telefonava, anche se negli ultimi anni ritengo gli fossero sfuggiti alcuni elementi dell'Alto Adige nel suo divenire, alcuni oggettivi cambiamenti rispetto al tema della convivenza che oggi non mi paiono così aspri come lo furono un tempo. Per uno scienziato l'idea di barriera era inconcepibile. Sarebbe stato come andare contro la sua stessa natura, e dunque anche per lui il sogno era che sempre più barriere fossero abbattute». Ma certo le sue riflessioni andavano ben oltre i temi altoatesini. La sua bibliografia scientifica è enorme. La sua pubblicazione più nota al grande pubblico è probabilmente «I veicoli pensanti», tradotto in tutte le lingue (e in italiano ripubblicato di recente da Mimesis) altoatesini, in cui descrive ipotetici veicoli dotati di sensori i cui movimenti a un osservatore esterno e ignaro potrebbero sembrare comportamenti causati da stati psicologici sottostanti quali la paura, l'amore e persino l'ottimismo. Insomma robot capaci di «sintetizzare» comportamenti tipicamente umani. Nel 2008 con Adelphi ha pubblicato «L'immagine del mondo nella testa». Braitenberg partecipò anche al dibattito sull'università di Bolzano. Ancora il figlio Zeno: «Voleva che la sede non fosse nel capoluogo ma a Merano. Non certo per campanilismo, ma perché in riva al Passirio l'università si sarebbe trovata meno vincolata dall'abbraccio del potere politico. Inoltre Merano, nella sua divisione egualitaria tra gruppo etnico italiano e tedesco, rappresentava meglio un istituto universitario che si presentava aperto alla multiculturalità». Che eredità lascia Valentino Braitenberg? «Personalmente - risponde Zeno - mi lascia tantissimi modi diversi l'uno dall'altro d'affrontare il mondo. Uno spettro oserei dire infinito. E questo penso sia un po' quello che lascia anche a coloro che lo hanno incontrato, che hanno dibattuto con lui, che si sono confrontati con le sue idee. Un'altra cosa di lui porto con me: non si lasciava fuorviare dalle banalità. Davanti alla banalità si poneva con pragmatismo affrontandola con la testa, col ragionamento. In altre parole da scienziato».
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