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BOLZANO. «Bolzano è nel cuore dell’Europa, là dove si passa dal sud al nord». Carlotta Sami, portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) per il Sud Europa, sarà oggi pomeriggio alla tavola rotonda che si terrà alle 16.30 alle Officine Fs di via Macello. In prima linea da mesi rispetto all’emergenza profughi ha seguito da vicino anche quanto avvenuto al Brennero.
Cosa pensa delle conclusioni del recente vertice europeo sulla distribuzione dei profughi nei diversi Paesi europei?
Si era già decisa la ridistribuzione di 40 mila e di 120 mila persone, diciamo che è un primo passo. Però siamo rimasti un po’ delusi del fatto che il vertice non ha incluso fra le sue decisioni il fatto concreto della via legale: fare arrivare i rifugiati quindi per poi ridistribuirli in Europa. Il tema della via legale non viene affrontato in maniera concreta, chiara, trasparente. In realtà questo rimane il nodo della sessione. P È come legittimare che le persone arrivano con le barche pagando ai trafficanti. Ma in questo modo non può andare bene. Per molti motivi, anzitutto per il costo umano. Perché sono 3000 vittime quest’anno e 3500 l’anno precedente. Poi crediamo che sia necessaria una politica di saggia frontiera: siamo di fronte, come è stato riconosciuto, a una crisi epocale dei rifugiati come instabilità mondiale. Ci fa riflettere il fatto che il 90% delle persone che arrivano via mare in Europa provengono dai paesi che producano dei rifugiati. Quindi in prevalenza ne abbiamo dalla Siria, Afghanistan, Iraq, Eritrea, Sud Sudan, ecc. Poi c’è un altro punto che va affrontato: in ogni caso le persone continuano a muoversi attraverso i paesi europei.
Perché lo fanno?
Perché hanno un legame familiare; tutto questo movimento potrebbe anche essere ridotto dal nostro punto di vista se le condizioni di accoglienza e integrazione fossero omogenee in tutta Europa. Invece ci sono alcuni paesi in cui queste sono migliori e in altri sono peggiori.
Come crede si possa spiegare all’opinione pubblica spaventata, che ha la sensazione di una grande invasione, questo fenomeno epocale?
Spiegando che questo è un fenomeno globale e complesso. L’ Europa è inserita all’interno di una comunità internazionale fatta da molti Paesi. È vero che siamo in una crisi epocale dove sono quasi 60 milioni le persone in fuga nel mondo dalle guerre e dal terrorismo, ma è anche vero che l’86% di queste persone continuano a vivere nei paesi non industrializzati. Quindi solo una piccolissima percentuale arriva in Europa. Un altro dato molto importante è che nel 2014 sono 600 mila le persone che hanno richiesto asilo in Europa. Ovviamente questo dato va confrontato con 60 milioni di abitanti. Quindi non c’è una invasione. Parliamo non di milioni di persone, ma di centinaia di migliaia di persone, in un continente come quello europeo che ha 600 milioni di abitanti. Ci sono le risorse e le conoscenze per poter gestire questo fenomeno, che comporta poco più di un rifugiato per ogni mille abitanti in Europa. Ci vuole realismo e anche un volontà politica.
Dentro questa grande problematica, come può essere affrontata al meglio la situazione di tanti minori non accompagnati?
È una questione molto preoccupante. In Italia esiste un ottimo sistema di tutela dei minori soli che garantisce molto i loro diritti. Però sappiamo che molti di questi minori non vogliono rimanere nei centri in Italia. Se ne vanno via, dopo pochissime ore addirittura. Sappiamo che è molto importante questa emergenza, infatti anche noi abbiamo iniziato a lavorare direttamente in diversi centri per minori con il governo italiano, con l’Ue, affinché le condizioni migliorino in modo che rimangano nei centri, che non vadano via. È molto importante, perché succedono molti abusi.
Quali sono i rapporti dell’Unhcr col governo italiano?L’Alto commissariato per i rifugiati lavora in Italia con un ruolo di supporto al governo italiano e di monitoraggio di ciò che avviene per quando riguardo i rifugiati in Italia. Questo ruolo lo abbiamo in molti paesi europei. Diciamo che nel momento di maggior bisogno noi, come stiamo facendo in Italia, ma anche in Grecia e anche in paesi Balcani, abbiamo aumentato la nostra presenza. In alcuni casi facciamo anche assistenza umanitaria diretta, ma non in Italia. Qui noi ci occupiamo principalmente di informare sui diritti e le proprie responsabilità i richiedenti asilo, appena arrivano in Italia, proprio allo sbarco. Poi ci preoccupiamo di monitorare le condizioni dei centri di accoglienza e di fare raccomandazioni di migliorare al governo. Abbiamo anche un rappresentate in ogni Commissione che esamina la richiesta di asilo, che sono 40 in tutta Italia. Questo ruolo lo abbiamo anche con un progetto che sta per avviarsi, di collegamento. Consiste nelle procedure dell’identificazione per poi per inserire le persone che possono essere ricollocate, informandole sul piano europeo, perché i rifugiati che arrivano sanno poco o nulla di questo piano.
E quale segnale volete dare nell’incontro di oggi a Bolzano?
È importante che questo incontro avvenga in un punto di frontiera, perché celebriamo il 3 ottobre uno dei più grande naufragi che ci sono stati nel Mar Mediterraneo, a Lampedusa, frontiera di via mare, ma abbiamo visto quanto è stato molto difficile gestire la situazione anche in altre frontiere. Questa difficile gestione non è coerente con l’accoglienza. L’effetto di questa situazione viene vissuto sulle pelle dei rifugiati, sulle pelle dei bambini, donne, che vengono feriti, traumatizzati. Veramente non riescono a capacitarsi del perché questo accada in un continente che forse anche idealizzano nei loro sogni, che aspettano come continente dei diritti umani, della libertà e della sicurezza. Ma vediamo anche che quando effettivamente l’accoglienza viene realizzata, anche i bambini rifugiati si sentano sollevati e al sicuro. Per noi ha importanza una gestione che tenga conto degli aspetti di umanità, è importante continuare un sistema di accoglienza che si chiami asilo europeo, ma deve essere coerente anche del modo con cui vengono accolti i rifugiati. Perché noi vediamo le persone nelle tende sulla piazza di Atene, ma le vediamo anche a Cale’, in Francia ,quindi è evidente che non dipende dalla difficoltà economica di un paese europeo.


