BOLZANO. Mentre Sel chiede «che Marie Mawe si dimetta e venga aperta un’inchiesta sulla sua cittadinanza lampo, in soli 49 giorni», l’avvocato ed ex deputato della Svp Siegfried Brugger, indicato da Arno Kompatscher come l’artefice di questa impresa (solitamente ci vogliono due anni), spiega come sono andate le cose. Anche perché il caso è diventato motivo di forte imbarazzo in seno alla Stella Alpina.

Avvocato, ci dica: ha fatto tutto da solo?

«Mi sono mosso da ex parlamentare, come ho fatto decine di altre volte quando è stato chiesto il mio intervento. Ho aiutato tantissimi stranieri a prescindere dalla loro nazione di provenienza».

Ma non è intervenuto nessun altro?

«Sono convinto che la signorina Mawe sia stata aiutata anche da altre persone, oltre a me. Ma di più non voglio dire».

Kompatscher dice che il partito ne è rimasto fuori.

«Ho sentito Kompatscher al telefono e ci vedremo a breve per parlarne. Ma non voglio fare altri commenti a riguardo».

Ma cosa pensa del comunicato della Svp sulla vicenda?

«No comment».

Sempre Kompatscher sostiene che lei sarebbe amico della Mawe (“zu ihrem privaten Bekanntenkreis gehört”). È vero?

«Ho parlato della cittadinanza direttamente con la signorina Mawe, che conosco, ma non sono un suo amico. Anche per una questione di età: lei è troppo giovane».

Veniamo ai tempi: sette settimane sono davvero un record mondiale, o quasi, per ottenere la cittadinanza. Come ci siete riusciti?

«Le posso dire che, nel corso degli anni, ho ottenuto una cittadinanza per una bambina in un lasso di tempo decisamente inferiore. Chi la concede valuta anche l’urgenza e i motivi della richiesta. Ogni domanda fa storia a sè. In altre occasioni mi sono attivato ma non sono riuscito nell’intento in tempo utile».

Ma lei si sarebbe mosso anche per un siriano o un libico?

«Non ne ho mai fatto una questione di nazionalità ma di bisogno. Però degli altri casi andati a buon fine non interessa probabilmente a nessuno».

Si riferisce alle polemiche degli altri partiti?

«Le trovo davvero strumentali. Farebbero bene a pensare di più ai contenuti e meno a questa vicenda».

C’è una ragione particolare per la quale lei si è attivato per la Mawe?

«L’idea di una sua candidatura alle provinciali mi è piaciuta subito perché ritengo che per il partito rappresenti un bel segnale di apertura».

In che senso?

«A Bolzano tutti hanno bisogno di sentirsi a casa. E questo sono convinto possa rappresentare un esperimento vincente».

Resta da risolvere, però, la questione dei mistilingui.

«Affronteremo anche quella».

Nessun rimpianto, quindi?

«No, perché ho trattato la Mawe come decine di altri stranieri. Non c’è stata una corsia preferenziale».

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