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BOLZANO. Buoni spesa finanziati dallo stato con un fondo di quasi 600 mila euro destinato al capoluogo altoatesino. Da parte del Comune in poche settimane se ne sono distribuiti oltre mille, ma le richieste sono state quanto meno il doppio, senza contare le remore dei tanti che per vergogna o altri motivi personali non hanno ritenuto di presentare domanda. Attualmente ci sono ancora le pile per sostenere le famiglie in difficoltà per un mese, forse un mese e mezzo. Poi, bisognerà inventarsi qualcosa d’altro, anche se per le casse del municipio non sarà affatto facile. Occorrerà soprattutto sostenere quello che anni fa si definiva ceto medio e che tale non è più da tempo. «Bisognerà evitare in ogni modo che scivolino più in basso. non sono catastrofista, ma le vere conseguenze economiche e sociali del coronavirus non le abbiamo ancora viste. dovremo sostenere queste persone anche dal punto di vista psicologico». Così sintetizza l’assessore comunale alle politiche sociali, Juri Andriollo.
La raccolta dati
Andriollo spiega: «Abbiamo fatto i conti alla fine della scorsa settimana: mille buoni distribuiti, ma le domande sono state almeno il doppio di quelle che siamo effettivamente riusciti ad accogliere. L’alveo per concedere i buoni spesa è piuttosto ristretto». I dati così raccolti - numerosità delle famiglie, rioni di provenienza, condizioni economiche e di lavoro - serviranno alle politiche sociali per immaginare gli scenari futuri. Differenti da quelli passati. «Non c’è più solo la solita forma di povertà che eravamo abituati a conoscere, ma entrerà in scena di prepotenza quello che una volta veniva definito il ceto medio. Sarà questo il cambio di paradigma che dovremo attuare. Ora stiamo studiando, valutando il da farsi. Da qui a qualche mese sarà necessario riconfigurare le politiche sociali, ma lo dovrà fare anche chi verrà dopo di me. Non ci sarà solo la povertà, come prima, ma coesisteranno altre forme quanto meno di difficoltà».
Focus sul ceto medio
Le cause sono una mixité: fermo delle attività produttive, difficile ripartenza, nidi asili e scuole ancora chiusi con uno dei genitori costretto a casa per badare ai figli. «Per molti la grande difficoltà è questa: dover cambiare stile di vita in un arco temporale così ristretto. Alcune potenzialità di prima non ci sono più, specie per la fascia d’età over 50, chi teme di perdere il lavoro e di non trovarne un altro, se non a condizioni quasi inaccettabili» Tempo fa, prosegue l’assessore, «quasi fossi stato un profeta, avevo valorizzato un progetto chiamato “Persone in cambiamento”. È proprio ciò che è accaduto ora col virus». Si fa presto a dire mi faccio portare la spesa a casa, così ho comunque la certezza di mangiare. «Immaginiamo di essere noi in prima persona, a dover telefonare ai Cacciatori di briciole per chiedere loro una mano. Quando arrivi a quel punto, vuol dire che ormai hai accettato la tua situazione, che hai per così dire rinunciato a una parte consistente della tua dignità. Ma non tutti sono disposti, o riescono ad accettare un simile completo cambiamento di vita. Paura. Vergogna. “Ma dài che ce la facciamo lo stesso...”»
Altro che mille
È questa la grande riflessione che occorrerà fare ora, prosegue Andriollo. «Dovremo recuperare e sostenere la nostra comunità, pure valorizzandone le potenzialità, che spesso emergono anche in questi frangenti difficoltosi». Perché se i buoni pasto distribuiti sono stati mille, le domande sono state quanto meno il doppio e la convinzione è che sarebbero potute essere anche di più. E non siamo che all’inizio. «Le vere conseguenze del Coronavirus, economiche e sociali, non le abbiamo viste, si stanno cristallizzando soltanto adesso, in queste settimane. Vedremo soltanto fra mesi le vere ripercussioni». Andriollo non è e non vuole essere catastrofista. «La ripartenza ci sarà, è questione di modalità e di tempi. Personalmente, non sono per accelerare. Sono per aprire quando si potrà aprire per bene, piuttosto che far entrare uno alla volta».
Tutto da ripensare
Ma l’assessore è anche conscio: «A soffrire di più sarà chi già prima della pandemia era in bilico, o già in una situazione di indebitamento, chi magari viveva al di sopra delle proprie possibilità. Sono persone che sono sempre vissute qui, che hanno pagato le tasse. Non dobbiamo lasciarle sole. La società dell’opulenza deve redistribuire la propria ricchezza. Noi finora abbiamo contribuito coi buoni spesa, il supporto del volontariato, la spesa e i farmaci a domicilio. Ma il cibo sarà il problema minore. Dovremo sostenere a tutto tondo il ceto medio, quello più a rischio di andare ancora più verso il basso. Dovremo anche pensare a forme di sostegno psicologico, facendo loro comprendere che non sono soli, che la società è sana e li aiuterà». Cum grano salis, però. «Dovremo tarare bene le contromisure, evitando doppioni con Stato e Provincia, ottimizzando le risorse e destinandone una quota a chi fino ad oggi non faceva parte delle fasce deboli. Le politiche sociali cittadine sono state in grado di ripensarsi in un paio di settimane, senza lasciare indietro nessuno, sostegni economici compresi. Un bravo a tutti, sono convinto che l’impegno proseguirà».


