Bolzano. Su un tema etnico si era giocato il suo terzo mandato. «Piazza della pace» per archiviare «piazza della Vittoria» è stato l’incidente di percorso di Giovanni Salghetti Drioli, amato e rispettato sindaco di Bolzano dal 1995 al 2005. La convivenza è un faro, spiega, imprescindibile anche per la sua storia familiare di esuli dalmati.

Sul nome «Alto Adige», cancellato dalla legge europea provinciale e presto ripristinato Salghetti Drioli dice «hanno capito che è stato un errore e hanno fatto marcia indietro. Non è stata disattenzione, non si cerchi questa scusante. In consiglio provinciale la discussione è stata ampia, esauriente. La Svp sapeva cosa stava votando».

Se la reazione è stata così forte, ha dichiarato il presidente Arno Kompatscher al nostro giornale, «vuol dire che in tanti, nel gruppo linguistico italiano, hanno ancora questa sensazione, questo disagio. E se gli italiani si sentono negato il diritto di sentirsi a casa propria in Alto Adige, allora dobbiamo fermarci. Per pensare». Nella sua intervista Salghetti Drioli ribadisce il diritto degli italiani di sentirsi a casa, sapendo che nel frattempo tanti altri sono arrivati e anche con i nuovi cittadini bisogna fare i conti.

La domanda è: perché fare lo sgambetto addirittura al nome italiano della provincia?

Sono tentazioni che ogni tanto arrivano. È quasi una routine. In Alto Adige muoviamo due passi indietro e uno avanti. È una altalena che sarebbe tempo di fermare. Sarebbe sufficiente una consapevolezza diffusa che la nostra terra è cambiata, e i giovani si sentono parte di una Europa che guarda avanti, per quanto faticosamente, e non indietro. Il nome “Alto Adige” poi, è stato ricordato anche in questi giorni, è un termine napoleonico, non un lascito del fascismo. Gli italiani vogliono sentirsi comunità e questo nome è condiviso.

L’annessione all’Italia è stata una ferita.

E ogni tanto qualcuno gratta via la crosta. I tempi ci aiuteranno, voglio essere ottimista. Tornare indietro non si può, anche volendo. Ogni tanto qualcuno prova a fare una forzatura, poi si accorge che ha fatto un buco nell’acqua e rinuncia. La mia famiglia, originaria della Dalmazia, ha dovuto accettare di essere brutalmente espulsa. Qui l’impatto è stato diverso, per fortuna, gli accordi hanno portato alla autonomia. Le guerre lasciano ferite per tutti, ecco perché devono insegnarci a cercare la pace. Questa mattina (ieri, ndr) ero al Centro pastorale per la consegna del Premio Gargitter a «Zebra», il giornale di strada che viene venduto dai migranti. Il vescovo Ivo Muser ha pronunciato parole di grande apertura, il suo operato aiuta la comunità a crescere. C’è chi prova disagio, inquietudine, se non paura, perché vediamo tra noi persone che arrivano da lontano, da luoghi di cui non vogliamo conoscere la violenza o la povertà estrema. Ma l’integrazione è l’incontro tra culture diverse, non l’assimilazione.

Come giudicherebbe lo stato di salute del gruppo italiano? Sfumati i grandi dibattiti di alcuni anni fa sul “disagio”, sempre più spesso si sente dire, anche nella fascia alta della popolazione, «appena posso me ne vado».

Sembra che il gruppo italiano ancora non faccia parte di una comunità. E quando parlo di comunità, intendo un insieme composto dai tre gruppi linguistici e dai nuovi cittadini.

Lei insiste su questo tema dei nuovi cittadini.

Perché non possiamo prescindervi, mentre siamo intenti ancora a discutere dei rapporti tra italiani e sudtirolesi. I numeri ridotti di questi mesi non ci ingannino. Il fenomeno migratorio è solo all’inizio e sarà imponente, con il progredire della desertificazione delle aree calde del pianeta.

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