BOLZANO. Ieri, dalla segreteria di Palazzo Widmann, hanno telefonato al capo di gabinetto del ministero della Giustizia. Argomento: il nuovo carcere. Contenuto della chiamata: «A che punto siamo?». In realtà hanno poi corretto con «siete», perché spetta a Roma costruirlo. Perché lo scenario è radicalmente cambiato rispetto all’impostazione iniziale, che prevedeva questo: la Provincia avrebbe finanziato la costruzione, defalcando poi l’importo dal finanziamento dovuto ogni anno dall’Alto Adige al risanamento della finanza statale. E una promessa è una promessa. Partendo dall’ultima, quella fatta dall’allora ministra Marta Cartabia in visita proprio a Bolzano un po’ di mesi fa: «Tocca a noi e lo faremo presto». Con anche un nuovo elemento di possibile velocizzazione dell’iter costruttivo: il ridimensionamento del progetto. Ridotto di molto, rispetto a quello iniziale con campi di calcio e tutto il resto.

Il 17 giugno del 2022 c’era anche Arno Kompatscher con la responsabile del dicastero della Giustizia, che confermava di puntare sui fondi dell’allora ancora da ridisegnare Pnrr. Marta Cartabia si era detta pronta a «rimuovere gli ultimi ostacoli». Un anno è in fondo poco. Tredici mesi da allora. Ma sono decenni che il carcere di via Dante sta lì come specchio del nostro scontento, in quanto città, e soprattutto del loro, di chi ci vive da recluso ma anche da sorvegliante. La nuova presa di contatto sull’asse Bolzano-Roma è stata dovuta ad una ulteriore scossa: la visita, lunedì, di una folta delegazione di penalisti bolzanini e dei vertici di molte associazioni impegnate sul fronte della salvaguardia dei diritti dei detenuti, «Nessuno tocchi Caino» in testa, con la presidente nazionale Rita Bernardini. Al loro fianco le tante istituzioni territoriali che ogni giorno provano a capire fino a quando la struttura di detenzione potrà reggere.

«C’è da mettersi le mani nei capelli», hanno reagito avvocati e assistenti appena appreso come siano tutt’ora sulla carta le opportunità, pur chiaramente previste dalla legge, di avere la possibilità di accedere a detenzioni alternative o di entrare in percorsi terapeutici. Visto che almeno il 70% dei detenuti di via Dante ha un passato di tossicodipendenza e dunque si trova a sommare pena (la cella) a pena (l’assenza di cure). «Abbiamo sollecitato il capo di gabinetto», confermano dalla Provincia. Ultimo capitolo di una serie di contatti effettuati a cadenza almeno mensile per provare a capire quali siano i tempi per un possibile avvio delle procedure realizzative e cosa ancora freni le stesse. «Questo edificio è inadeguato non solo per le condizioni, ma anche per gli spazi», erano state le ultime parole della ministra lasciando Bolzano. Aveva salutato con un «mancano da risolvere solo gli ultimi problemi». Chi l’ha sostituta al ministero ha di recente ribadito che la linea non è cambiata.

E per questo, anche da Bolzano, è giunta la richiesta di fare affiancare agli strumenti in mano al dicastero della Giustizia anche quelli delle Finanze, per muoversi in sinergia rispetto all’obiettivo. La Provincia ha confermato a Roma la sua condivisione sul piano del ridimensionamento del progetto: «Corrisponde in ogni caso alle esigenze di maggiori spazi per una struttura circondariale». E da ieri è anche certificata l’assoluta inadeguatezza di via Dante anche sul fronte del recupero sociale dei detenuti: ribadito per la prima volta tutti insieme da medici, Uepe (ufficio esecuzione penale esterna), e Serd. La conclusione: «Il carcere potrebbe implodere da un momento all’altro». E così Bolzano ha di nuovo attivato la “linea rossa” con Roma. 
P.CA.
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