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VENEZIA. Arriveranno gli americani del colosso Caesars Entertainment direttamente da Reno, Nevada. O forse, da Cannes, i francesi del gruppo Lucien Barrière. Poseranno sulla scrivania del sindaco Giorgio Orsoni una valigetta contenente 700-800 milioni di euro (i soldi, si sa, occupano poco spazio) e si compreranno il Casinò di Venezia, il più antico del mondo.

O meglio: si compreranno la gestione per 30 anni, perché la proprietà resterà interamente nelle mani del Comune. Scenario tutt'altro che fantascientifico, malgrado le cifre da capogiro dell'operazione “Rien ne va plus”,  figlia del tentativo di dare una scossa alla storica casa da gioco, che ancora macina utili malgrado la crisi ma che è ormai svenata dalle rimesse alle casse comunali.

Per capire cosa stia succedendo a Venezia, conviene però partire da un po' più lontano. Anzi, da molto più lontano. Da Macao esattamente: la capitale mondiale del gioco, ormai dal 2007. Las Vegas si è ormai convertita in entertainment city, città dello svago e del divertimento a tutto tondo. Anche se le corporation americane dominano ancora il mercato del "gambling", il baricentro si è decisamente spostato verso l'Estremo Oriente. Ecco chi sono i top player che si contendono una fetta astronomica di ricavi.

 

Nella suddivisione mondiale del gioco, l'Europa è associata all'area EMEA che comprende anche Medio oriente e Africa. Per questo, spesso, è difficile fare valutazioni specifiche. La tabella qui sotto mostra la flessione del mercato europeo negli ultimi cinque anni, anche se il tasso d'occupazione è sinora rimasto più o meno agli stessi livelli.

 

A livello europeo, i gruppi più attivi sono quelli francesi. Tra questi top player potrebbe anche esservene più d'uno interessato all'acquisizione del Casinò di Venezia.

 

 

In Italia, come noto, esistono solo quattro casinò, malgrado i ripetuti tentativi di ampliare l'offerta, liberalizzando di fatto la concessione di nuove licenze. Sono Venezia, Sanremo, Campione e Saint Vincent. La quota di mercato più consistente, pari al 34 percento, spetta proprio al Casinò di Venezia. In coda c'è Sanremo.

 

 

La concorrenza delle case da gioco estere, la congiuntura economica, ma soprattutto il boom del gioco online e delle sale gioco:i quattro Casinò italiani non se la passano bene e puntano sugli stranieri per cercare di restare sul mercato. Eppure, è proprio il Casinò veneziano ad avere registrato le performance peggiori: nel 2008 possedeva una quota del mercato italiano del 38,2 percento. Per non parlare degli incassi, in caduta libera: come si vede qui sotto, dai 190 milioni di ricavi annui del 2008 si è via via scesi sino ai 117 dello scorso anno, con una perdita secca che sfiora il 5 percento. I competitor non se ne sono avvantaggiati. Semplicemente, il mercato si è ristretto,e di molto. Ma le perdite di Campione, Saint Vincent e Sanremo sono più contenute.

La rappresentazione grafica del "disastro veneziano" è evidente in questa tabella: dai 190 milioni di ricavi del 2008 ai 117 dello scorso anno.

 

 

Che fare? Il Comune di Venezia, proprietario del Casinò, ha deciso di disfarsene. Procedura complessa, con il necessario benestare del Viminale: a suo tempo, le quattro case da gioco italiane vennero autorizzate perché si garantiva lo stretto controllo da parte degli enti locali, ovvero dei rispettivi Comuni. E adesso? La formula scelta è un compromesso: il Comune di Venezia cede ad un soggetto privato - un top player del settore - la gestione della Casa da gioco per trent'anni, sino al 2043.

E il privato quanto paga? Siamo finalmente al nocciolo della questione. Secondo la delibera con cui il Comune detta le regole per l'affidamento in concessione a terzi della sua casa da gioco LEGGI IL DOCUMENTO il soggetto privato che si aggiudicherà la gara dovrà pagare subito 40 milioni di euro per l'acquisto dell'azienda (dipendenti compresi) - ovvero della compravendita di azioni - più altri 140 milioni di euro come forfait per il primo biennio d'affidamento, più il 10 percento degli incassi dal terzo anno e il 5 percento dal settimo anno di gestione.

Il Comune, per esercitare il controllo, manterrà a sé la titolarità sui 40 ispettori di gioco (i "guardiani") che costeranno 4 milioni di euro l'anno. Il suo ha scelto KPMG come advisor. E KPMG ha elaborato una proiezione che prevede la crescita annua dei ricavi (teorici, ovviamente) da qui al 2043.

Secondo l'advisor, nei prossimi trent'anni il gestore del Casinò potrebbe portare a casa una cifra finale di 4.721 milioni di euro. Di questi, al Comune ne andrebbero 590. Detratte le spese per gli ispettori, secondo le anlisi del Gruppo consiliare misto di Venezia (il capogruppo Renzo Scarpa sta conducendo una dura battaglia contro la "svendita" della casa da gioco), al Comune resterebbero 437,17 milioni di euro. Ovvero, il 9,26 percento netto degli incassi. La conclusione: Ca' Farsetti intascherebbe meno del 10 per cento dei ricavi complessivi. Un'operazione suicida, dicono gli oppositori. L'unica maniera per evitare la bancarotta, replica il sindaco Orsoni. Ecco la rappresentazione grafica di quanto detto sinora.

 

Secondo un'ulteriore elaborazione del Gruppo consiliare Misto del Comune di Venezia, è del tutto illusoria anche la previsione - contenuta nella Convenzione - del cosiddetto bonus: nel caso in cui il Casinò riuscisse a incassare più di 140 milioni annui a partire dal settimo anno di gestione (ovvero dal 2020), al Comune andrebbe una quota aggiuntiva del 5 percento sull'eccedenza rispetto ai 140 milioni. Ma questa ulteriore tabella dimostra che il bonus, in realtà, non scatterebbe mai.