BOLZANO. La scomparsa di Emanuela Orlandi è uno dei grandi misteri d'Italia. Ora, un libro appena uscito rispolvera una traccia che porta a Bolzano; traccia che, a detta degli autori - il giornalista Fabrizio Peronaci e il fratello di Emanuela, Pietro - non è stata sufficientemente battuta dagli inquirenti. Il libro parte da quel 22 giugno 1983 in cui la Orlandi scomparve da Roma. Il lungo diario si apre con il sequestro di Emanuela e si chiude sull'incontro di Pietro con Ali Agca, che tentò di uccidere papa Wojtyla il 13 maggio 1981 e che, nel 1997, scrisse alla famiglia Orlandi una lettera inedita.
La pista altoatesina, dicevamo.

«Emanuela, un mese e mezzo dopo la sua sparizione, fu portata a Terlano, un paese alle porte di Bolzano. Fu vista da una signora - racconta il fratello - entrare nell'appartamento sotto al suo e ripartire 4 giorni dopo a bordo di un'auto diretta, disse uno dei rapitori, in Germania. Ma non basta: mia sorella telefonò anche a un'insegnante di musica del conservatorio Monteverdi, chiedendole di chiamare la polizia. Per noi familiari è sconvolgente che questa pista sia stata lasciata cadere. E oggi ho una nuova prova: un nastrino giallo e rosso che Emanuela in quei giorni aveva al collo, lo stesso di cui parlò la testimone oculare».

I fatti risalgono alla prima metà di agosto del 1983, a un mese e mezzo dalla scomparsa. Ma vennero alla luce un anno e mezzo dopo. Era il 18 febbraio 1985 quando una persona telefonò alla stazione dei carabinieri di Terlano e mantenendo l'anonimato disse di aver visto Emanuela Orlandi.

«Era in condizioni precarie, sporca e barcollante, forse sotto effetto di sedativi». Entrò in un edificio fuori dal centro abitato. La supertestimone era Josephine Hofer Spitaler: «Il 15 agosto 1983, presso la casa di campagna in cui abito, vidi arrivare un'autovettura tipo A112 che si fermò davanti al portone. Era targata Roma. Scesero un uomo e una ragazza alta circa un metro e 60, un metro e 65. Era magra, aveva i capelli castano scuri, quasi lisci, molto sporchi. Indossava un paio di jeans, una camicetta a maniche lunghe verdi, un girocollo in materiale non metallico dai colori sbiaditi». Il fratello se lo ricorda bene: «Era una fascetta di tessuto leggero, con due nastrini intrecciati, uno giallo e uno rosso, la sua squadra del cuore (la Roma), che Emanuela portava sempre, a mo' di collanina. Per lei era un po' come la fascetta tra i capelli".
Secondo la Spitaler «la ragazza, appena uscita dalla macchina, appariva molto stanca ed era sorretta dall'uomo». Presumibile che i due avessero appena concluso un lungo viaggio, forse da Roma, come induce a pensare la targa. «L'uomo era alto un metro e 75, capelli scuri, di circa quarant'anni. Entrarono nell'abitazione della famiglia che abita nell'appartamento sotto al mio, i signori Springorum».

Che finirono sotto inchiesta per "duplice sequestro di persona delle minori Orlandi Emanuela e Gregori Mirella allo scopo di conseguire, per sé o per altri, l'ingiusto profitto come prezzo della liberazione del detenuto Mehemet Alì Agca» e poi scagionati, come da sentenza di proscioglimento del dicembre 1997. Per la vicina, Emanuela rimase per tre giorni nell'appartamento dei coniugi Kay Springorum e Francesca di Teuffenbach. Poi «un uomo in uniforme, forse austriaco o tedesco, giunse presso la casa a bordo di un'autovettura Bmw verde metallizzata. Disse in tedesco che il giorno dopo la ragazza sarebbe stata prelevata da una persona proveniente dalla Germania».

Il giorno dopo, arrivarono su una Peugeot Rudolf di Teuffenbach, cognato di Kay Springorum (capocentro Sismi della sede di Monaco, così risulta agli atti), sua moglie e un'altra donna: «Più tardi li vidi uscire con una donna bionda e con la ragazza che avevo visto arrivare qualche giorno prima».
Ma non basta. Sempre il 4 marzo 1985, fu convocata negli uffici del Nucleo operativo dei carabinieri di Bolzano la professoressa Giovanna Blum, insegnante di musica presso il conservatorio: «Tra fine di luglio e inizio agosto del 1983, tra la mezzanotte e l'una, in casa mia squillò il telefono. Risposi. Una giovane, parlando rapidamente, disse: sono Emanuela Orlandi, mi trovo a Bolzano, informi la polizia. Poi attaccò».

Signora, e lei cosa fece? "Rimasi perplessa, e subito dopo ricevetti un'altra telefonata. Una voce maschile mi ordinò: «Dimentichi quello che ha sentito, capito?» Poi interruppe la comunicazione. Spaventata, chiamai il 113: mi dissero di chiudermi in casa. Quella telefonata non lasciò tracce. Quanto al caso Terlano, "gli indiziati proclamavano la propria estraneità, riferendo tra l'altro che la coppia costituita da un uomo e una ragazza giunta a Terlano era in realtà composta dalla sorella di Francesca di Teuffenbach, a nome Micaela, e da tale Klaus Mayer».
Morta lì. La storia, e la speranza.

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