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BOLZANO. Un villino di Terlano con un viavai sospetto e l'inquietante presenza di un agente segreto del Sismi, una telefonata misteriosa a un'insegnante bolzanina, una serie di perquisizioni e confronti all'americana: sono gli elementi della «pista bolzanina» per il caso Orlandi, ora al vaglio anche della procura retta da Guido Rispoli. «Pronto a riaprire le indagini se ci fossero nuovi elementi», aveva dichiarato l'altro giorno il procuratore capo. Ora risulta che quei fascicoli datati 1985 sono stati rispolverati, per capire se i sospetti di Pietro Orlandi - fratello di Emanuela - circa una «frettolosa archiviazione» abbiano un fondamento.
In tutto questo, la teste chiave - Josephine Hofer Spitaler - non vuole più parlare della vicenda e la professoressa del conservatorio, Giovanna Blum, non c'è più. Dunque, non resta che affidarsi alle carte. E alla prodigiosa memoria fotografica della Spitaler, capace a distanza di quasi un anno e mezzo di individuare anche tre modelli di macchine. Siamo a Ferragosto del 1983. Emanuela Orlandi, all'epoca 15enne, è sparita da Roma il 22 giugno. Un rapimento, probabilmente. Ma atipico: nessuna richiesta di riscatto, la capitale tappezzata di manifesti col suo volto. LE TRE MACCHINE. A Terlano, la Spitaler vede arrivare una A112 targata Roma, sotto casa. Un uomo e una donna. Lui, sui quarant'anni, alto, capelli scuri; lei, una ragazza sui 165 cm, magra e trasandata, vestita male e - si legge negli atti della sua deposizione - «con un girocollo in materiale non metallico dai colori sbiaditi». I due saranno ospiti dei vicini della Spitaler: Kay Springorum, classe 1952, tedesco di Dortmund e la moglie Francesca di Teuffenbach. In quella casa resteranno tre giorni; poi, secondo la superteste, «un uomo in uniforme, forse austriaco o tedesco, era giunto presso la casa a bordo di una Bmw verde metallizzata (particolare inquietante, è lo stesso modello del presunto rapitore romano di Emanuela) dicendo in tedesco che il giorno dopo la ragazza sarebbe stata prelevata da una persona proveniente dalla Germania».
La Spitaler ascolta, guarda, osserva, forse annota. Il giorno dopo, in effetti - siamo al 19 agosto - a bordo di una Peugeot ecco «arrivare Rudolf di Teuffenbach, cognato dello Springorum e sua moglie, che erano stati visti uscire dalla casa in compagnia di una donna bionda, d'età sui 35 anni, e della stessa ragazza notata dalla Hofer qualche giorno prima». IL SILENZIO. Ragazza (Emanuela?) che «aveva cercato di parlare con la Hofer - dicono gli atti - ma ne era stata dissuasa dall'accompagnatrice bionda». I tiggì parlano del sequestro Orlandi. La Spitaler «rinfacciava allo Springorum di "essersi preso" quella ragazza, ricevendone in risposta un atteggiamento di vanto». Vorrebbe andare dai carabinieri, ma il marito la fa desistere: meglio non immischiarsi. E così la denuncia ai carabinieri arriva solo il 18 febbraio 1985, quando la Spitaler racconta tutto, come se fosse accaduto poche ore prima.
Ma non accade solo questo, no. I carabinieri interrogano la professoressa Blum, quello stesso giorno. Perché? Non è affatto chiaro. L'insegnante racconta della telefonata ricevuta tra fine luglio e inizio agosto 1983 dopo la mezzanotte. «Sono Emanuela Orlandi, avvisi la polizia». La donna lo fa. Poco dopo, altra telefonata. Anonima: «Dimentichi quello che ha sentito, ha capito?». Si conoscevano, lei ed Emanuela? No, ma la Orlandi frequentava una scuola di musica e la Blum era spesso a Roma per congressi, dove distribuiva i suoi biglietti da visita a colleghi insegnanti. I carabinieri richiamano la Spitaler e le mostrano le foto della Orlandi: «Sì, era lei, ne sono certa». Poi perquisiscono l'abitazione di Springorum a Terlano: nessuna traccia del passaggio di Emanuela, ormai due anni dopo. Marito e moglie negano tutto e forniscono una sorta di alibi differito: forse, quel giorno erano stati loro ospiti «tale Klaus Mayer e la sorella». Messa a confronto con i coniugi, la superteste conferma tutto. Ma poi salta fuori che l'uomo della Peugeot, oltre che cognato di Springorum è anche «appartenente al Sismi con funzioni di capocentro della sede di Monaco». Strano, no?
L'ALIBI. Gli investigatori dell'epoca gli chiedono un alibi per quel giorno ormai lontano e lui lo trova subito: glielo fornisce il suo segretario, Antonio Trono, secondo il quale Rudolf di Teuffenbach «non avrebbe potuto trovarsi a Terlano perché ancora in servizio nella sua sede». Tutto qui? Nessun altro accertamento? E' quello che la procura di Bolzano sta verificando. «Si esauriva così - scrive il giudice istruttore - un fronte investigativo che pareva inizialmente compatibile con la pista turco-tedesca, e ciò in ragione di una molteplicità di elementi che avrebbero reso plausibile l'ulteriore corso dell'istruzione in tale direzione».
In tutto questo, la teste chiave - Josephine Hofer Spitaler - non vuole più parlare della vicenda e la professoressa del conservatorio, Giovanna Blum, non c'è più. Dunque, non resta che affidarsi alle carte. E alla prodigiosa memoria fotografica della Spitaler, capace a distanza di quasi un anno e mezzo di individuare anche tre modelli di macchine. Siamo a Ferragosto del 1983. Emanuela Orlandi, all'epoca 15enne, è sparita da Roma il 22 giugno. Un rapimento, probabilmente. Ma atipico: nessuna richiesta di riscatto, la capitale tappezzata di manifesti col suo volto. LE TRE MACCHINE. A Terlano, la Spitaler vede arrivare una A112 targata Roma, sotto casa. Un uomo e una donna. Lui, sui quarant'anni, alto, capelli scuri; lei, una ragazza sui 165 cm, magra e trasandata, vestita male e - si legge negli atti della sua deposizione - «con un girocollo in materiale non metallico dai colori sbiaditi». I due saranno ospiti dei vicini della Spitaler: Kay Springorum, classe 1952, tedesco di Dortmund e la moglie Francesca di Teuffenbach. In quella casa resteranno tre giorni; poi, secondo la superteste, «un uomo in uniforme, forse austriaco o tedesco, era giunto presso la casa a bordo di una Bmw verde metallizzata (particolare inquietante, è lo stesso modello del presunto rapitore romano di Emanuela) dicendo in tedesco che il giorno dopo la ragazza sarebbe stata prelevata da una persona proveniente dalla Germania».
La Spitaler ascolta, guarda, osserva, forse annota. Il giorno dopo, in effetti - siamo al 19 agosto - a bordo di una Peugeot ecco «arrivare Rudolf di Teuffenbach, cognato dello Springorum e sua moglie, che erano stati visti uscire dalla casa in compagnia di una donna bionda, d'età sui 35 anni, e della stessa ragazza notata dalla Hofer qualche giorno prima». IL SILENZIO. Ragazza (Emanuela?) che «aveva cercato di parlare con la Hofer - dicono gli atti - ma ne era stata dissuasa dall'accompagnatrice bionda». I tiggì parlano del sequestro Orlandi. La Spitaler «rinfacciava allo Springorum di "essersi preso" quella ragazza, ricevendone in risposta un atteggiamento di vanto». Vorrebbe andare dai carabinieri, ma il marito la fa desistere: meglio non immischiarsi. E così la denuncia ai carabinieri arriva solo il 18 febbraio 1985, quando la Spitaler racconta tutto, come se fosse accaduto poche ore prima.
Ma non accade solo questo, no. I carabinieri interrogano la professoressa Blum, quello stesso giorno. Perché? Non è affatto chiaro. L'insegnante racconta della telefonata ricevuta tra fine luglio e inizio agosto 1983 dopo la mezzanotte. «Sono Emanuela Orlandi, avvisi la polizia». La donna lo fa. Poco dopo, altra telefonata. Anonima: «Dimentichi quello che ha sentito, ha capito?». Si conoscevano, lei ed Emanuela? No, ma la Orlandi frequentava una scuola di musica e la Blum era spesso a Roma per congressi, dove distribuiva i suoi biglietti da visita a colleghi insegnanti. I carabinieri richiamano la Spitaler e le mostrano le foto della Orlandi: «Sì, era lei, ne sono certa». Poi perquisiscono l'abitazione di Springorum a Terlano: nessuna traccia del passaggio di Emanuela, ormai due anni dopo. Marito e moglie negano tutto e forniscono una sorta di alibi differito: forse, quel giorno erano stati loro ospiti «tale Klaus Mayer e la sorella». Messa a confronto con i coniugi, la superteste conferma tutto. Ma poi salta fuori che l'uomo della Peugeot, oltre che cognato di Springorum è anche «appartenente al Sismi con funzioni di capocentro della sede di Monaco». Strano, no?
L'ALIBI. Gli investigatori dell'epoca gli chiedono un alibi per quel giorno ormai lontano e lui lo trova subito: glielo fornisce il suo segretario, Antonio Trono, secondo il quale Rudolf di Teuffenbach «non avrebbe potuto trovarsi a Terlano perché ancora in servizio nella sua sede». Tutto qui? Nessun altro accertamento? E' quello che la procura di Bolzano sta verificando. «Si esauriva così - scrive il giudice istruttore - un fronte investigativo che pareva inizialmente compatibile con la pista turco-tedesca, e ciò in ragione di una molteplicità di elementi che avrebbero reso plausibile l'ulteriore corso dell'istruzione in tale direzione».
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