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BOLZANO. C'erano novemila uomini a darsela di santa ragione sotto le mura di Rafenstein: 5 mila francesi e 4 mila tra Schützen e austriaci. Era l'aprile 1797 e la rivoluzione illuminista sfidava il Sacro cuore. A guardare adesso il castello e i prati davanti, è difficile immaginare tutta quella gente, tra spari e cannonate a dieci minuti da Bolzano.
Rafenstein, uno dei segni del Landmark bolzanino, come Roncolo, sarà da sabato restituito alla sua città. Dopo cinque anni di lavori e 1,3 milioni di investimento (oltre il 90% finanziato dalla Provincia e col contributo della Fondazione Carisparmio). Non è stata Austerlitz, quella battaglia e nemmeno il Bergisel ma un segno dell'importanza del castello. Come la poesia dove viene citato da Oswald von Wolkenstein.
Rafenstein? "Ci andavamo da ragazzi a giocare - ha ricordato ieri alla presentazione dei lavori il vicensindaco Klaus Ladinser - e ci infilavamo tra gallerie e cunicoli. Ogni angolo era un'avventura". Ma un piccola avventura resterà, il castello. Perché il restauro è avvenuto attraverso scelte non invasive o eccessivamente ricostruttive: "E' stata la condizione sine qua non per agire lì dentro - ha confermato l'architetto Benno Weber - tanto che sono state conservate le rovine, non è stato reimmesso intonaco. E tra pietra e pietra si possono così intravedere le varie fasi storiche attraverso cui il maniero è transitato". Un restauro "romantico". Sono rimaste anche le edere. Ha detto Helmuth Rizzolli anima e braccio dell'impresa, presidente della Fondazione castelli: "Sono state riportate alla luce le cose più notabili, i portali quattrocenteschi, le strutture. Ma c'è stata la massima cura nel non spostare troppi elementi. Anche arborei. Nel lasciare il luogo alla sua natura un poco misteriosa. Come se si trattasse di un castello fatato, con molti chiaroscuri".
In fondo, come Rafenstein è sempre stato. Da quando il padrone di Bolzano, il principe vescovo di Trento Federico dei Vanga lo fece erigere nel 1207. E subito la rovina. Infatti, settant'anni dopo il conte Mainardo II del Tirolo lo fece radere al suolo. E così via, dalla ricostruzione tardoromanica del marchese di Brandenburg, alla ristrutturazione in stile rinascimentale dei Wolkenstein, alla battaglia contro i francesi, all'arrivo dei conti Toggenburg alla fine dell'Ottocento, fino agli attuali proprietari, la famiglia Unterkofler.
Decisivo, nell'impresa, il ruolo dell'Heimatschützverein bolzanina. Che ora cercherà una sinergia con la Fondazione castelli per arrivare, magari, ad un biglietto unico che consenta un tour nel tempo tra i manieri che circondano Bolzano e le sue valli d'accesso. Rafenstein è stato messo in sicurezza. Perchè tante strutture stavano crollando. Per visitarlo sarà necessaria la prenotazione o, almeno, la visita con una guida. il che potrebbe avvenire dalle due alle tre volte la settimana.
Il castello resta di proprietà di Anton Unterkofler ma ora lo Heimatschützverein ne avrà la gestione del 25 anni, con l'opportunità di farne un luogo di grande attrattività storico-turistica ma anche location per eventi. Scavando, sono emerse anche delle sorprese. Come ,appunto i reperti dell'età del ferro, presenze architettoniche rinascimentali testimonianza della presenza dei Wolkenstein ma anche segni della battaglia. Che fu cruenta.
I tirolesi bombardavano con quattro cannoncini, i francesi difendevano le posizioni all'interno, anche per consentire ai loro generali di aggirare gli austriaci da est e da ovest. "Ma , essendo truppe rivoluzionarie - ha aggiunto Rizzolli - non avevano sacerdoti al seguito e , spesso, lasciavano i morti insepolti e, in alcuni casi li disponevano tra le mura come mossa ingannatrice: gli austriaci dovevano credere che i difensori in armi erano ancora numerosi. Abbiamo trovato anche tanti bottoni appartenenti alle loro divise, tra le pietre abbattute dal bombardamento”.


