di LUCA STICCOTTI

La grande regista Liliana Cavani - autrice di recenti film di successo come Il gioco di Ripley, fiction biografiche televisive (De Gasperi, Einstein), ma anche artefice in passato di opere controverse che hanno segnato un'epoca come Il portiere di notte e Al di là del bene e del male - sarà oggi a Bolzano su invito del Centro per la Pace del Comune di Bolzano. Alle 17 incontrerà la giunta comunale. Poi Liliana Cavani inaugurerà alle ore 18 con un incontro pubblico ospitato dall'aula magna della Libera Università il convegno "La pace, il realismo di un'utopia" dedicato al ricordo a due grandi figure del cattolicesimo progressista, aperto e in qualche caso di rottura, quali furono padre Ernesto Balducci e David Maria Turoldo, entrambi scomparsi 20 anni orsono. Il convegno si svolgerà sabato e domenica nella sala conferenze del santuario di Pietralba.

Oggi invece all'università Liliana Cavani dialogherà con Sandro Tarter, ripercorrendo i tratti salienti del suo cinema e dei suoi forti contenuti. L'incontro sarà moderato da Francesco Comina e ospiterà anche un saluto del rettore dell’università Walter Lorenz. In serata Liliana Cavani presenzierà alla proiezione del suo film Galileo che avverrà alle 21.30 al Capitol 2 di via Streiter a Bolzano.

Abbiamo avuto occasione di raggiungere la grande regista al telefono, anticipando con lei alcuni dei temi che saranno oggi filo conduttore nella sua visita a Bolzano.

Liliana Cavani, qual è stato il suo rapporto con il cattolicesimo progressista, di confine? Ha avuto modo di conoscere personalmente padre Balducci e David Maria Turoldo?

«Li ho incontrati entrambi ma si è trattato di incontri rapidi perché ho avuto poche occasioni di frequentare il clero, in genere. Padre Turoldo l'ho visitato in quella chiesetta, molto bella, dove visse credo l'ultimo periodo della sua vita. Lui aveva visto il mio primo Francesco e ebbe modo di pronunciare delle parole molto belle e gentili su quello che aveva visto. Padre Balducci presentò invece il mio Milarepa a Firenze. Mi ricordo che cenammo insieme dopo la proiezione ma purtroppo non ho uno specifico ricordo dei contenuti del nostro dialogo».

E altri contatti nel corso della sua vita con quegli ambienti?

«Altri contatti con quegli ambienti cattolici non ne ebbi, con l'eccezione di Boris Ulianich che fu mio consulente nella realizzazione dei documentari storici con cui prese il via la mia carriera: una "Storia del Terzo Reich" e un'"Età di Stalin", rispettivamente di 4 e 3 ore. Realizzai questi documentari per la Rai tra il '63 e il '65. Vinsi un concorso per diventare funzionaria, ma rifiutai il contratto restando comunque per un certo tempo con lo scopo di realizzare alcune cose tra cui appunto questi documentari. Ulianich faceva parte Centro di Documentazione di Bologna (n.d.r. fondato da Giuseppe Dossetti e successivamente denominato "Istituto di Scienze Religiose"). Il Centro di Documentazione fu un’importante fucina di ricerca tra socialità e religione, in grado di dare un contributo molto importante anche al Concilio Vaticano II. I miei rapporti con questo mondo si svilupparono comunque esclusivamente attraverso il lavoro».

Com'è nata la sua scelta di occuparsi, addirittura in due distinte occasioni, della figura di Francesco D'Assisi?

«Il tutto scaturì da una cosa che mi venne proposta in Rai per festeggiare il 4 ottobre attraverso la lettura del Cantico dei Cantici, da affidarsi ad un attore. Poi per caso io lessi la Vita di San Francesco di Sabatier e la trovai bellissima. Quel libro che ci fece riscoprire San Francesco resta ancora oggi un testo fondamentale, anche se per lungo tempo è stato "all'indice". Francesco lo incontrai per caso: venivo da una famiglia che dire laica è poco, era più atea che laica. Feci il liceo classico, lettere antiche, e per me Francesco all'epoca era solo un poeta. La lettura di quel libro però, che in realtà era un romanzo di formazione, mi stupì e mi colpì molto. Lessi poi altre cose e capii che San Francesco era di un'attualità estrema e valeva la pena lavorarci intorno. Fu per quel motivo che volli farne un film».

Dalla figura di Francesco ci spostiamo a quella di Galileo Galilei, protagonista del film che verrà presentato domani sera alla sua presenza (n.d.r.: oggi per chi legge) ospite dei Filmtage di Bolzano. La vicenda del film su Galileo ha delle inquietanti similitudini con quella del personaggio di cui racconta la storia...

«Quella di Galileo è una storia interessantissima, piena di suspense. Il film venne realizzato grazie alla Rai e ad un produttore, Rizzoli. Con questo film la Rai in realtà si comportò come fosse il Sant'Uffizio: sparirono tutti i documenti di rapporto, salvo il mio contratto che ho ancora. Fu una vicenda davvero incredibile. Il film uscì, andò al Festival del Cinema di Venezia, ebbe successo, uscì con la Cineriz ma poi poi fu bloccato. Il clero chiese a Rizzoli il favore di sospenderne la distribuzione e il favore fu concesso. Peccato che poi stranamente la San Paolo nello stesso periodo continuò a noleggiare ai licei la copia in 16 millimetri. Ogni tanto ancora oggi mi capita di incontrare persone che mi raccontano di aver visto Galileo a scuola. Sono le contraddizioni interne alla Chiesa; si pensi che fino al 1996 è rimasto all'indice anche il "Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo" ( n.d.r.: trattato scientifico scritto da Galileo scritta tra il 1624 e il 1630). Fu una situazione penosa».

Nel suo cinema hanno spesso trovato spazio i conflitti e le frizioni interne alla società. Conflitti declinati sia nella loro accezione individuale che collettiva. C'è una ragione di fondo in questa scelta?

«Per i primi tre anni il mio lavoro si è concentrato sulla storia della seconda guerra mondiale. Venivo dalle lettere antiche e la guerra la incontrai sui documenti, sulle fotografie e sulle immagini che per la prima volta ne potevano testimoniare l'atrocità. La cosa mi colpì molto. E dire che ancora oggi nelle scuole nello studio della storia non si arriva nemmeno al ventesimo secolo. I programmi andrebbero subito aggiornati, adottando differenti criteri. Tornando a me posso dire che senz'altro la visione di quei documenti, protratta per mesi, fu in grado di imprimere sulla mia esperienza una traccia indel. ebile. Fare film slegati dunque da un impegno culturale legato a considerazioni di carattere sociale e politico mi è sempre risultato in qualche modo difficile».

E «Il gioco di Ripley»?

«L'eccezione che conferma la regola. Quando la casa di produzione mi propose la regia di un film legato sì al comportamento umano e la sua predisposizione alla violenza, ma completamente scollegato dalla "Storia" e dai suoi meccanismi, accettai la sfida molto volentieri. Divertendomi molto».

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