BOLZANO. Sono già scappati a nord, molto probabilmente, i dieci profughi siriani che sono stati fermati dalla polizia a bordo di un furgoncino al confine del Brennero. Il passatore è stato arrestato, e ha immediatamente confessato e richiesto il rito direttissimo, con cui è stato condannato a tre anni e 180 mila euro di multa. Nell’attesa dell’esecuzione della sentenza si è già dileguato, diventando in pratica un latitante con mandato di cattura pendente sulla sua testa.

Il fatto però rappresenta la punta dell’iceberg di un fenomeno di proporzioni infinitamente maggiori, sul quale la polizia sta prestando molta attenzione: i transiti di migranti via terra. L’arresto dell’altra sera (nella notte tra giovedì e venerd’, verso le 23) evidenzia la presenza di uno schema preciso di questi transiti, e di un’organizzazione che li gestisce. I siriani in fuga a bordo del furgone, hanno raccontato infatti di essere stati trasportati dalla Siria alla costa Turca, poi con motopeschereccio hanno attraversato l’Egeo fino ad approdare ad Otranto, dove li attendeva un passaggio in treno già organizzato e un contatto a Milano che li avrebbe raccolti e trasportati fino in Germania.

Quattromila euro a persona, per il viaggio della speranza. Quarantamila euro, il valore di quel pullman fermato dalla polizia, compresa la bambina di cinque anni che viaggiava in braccio a sua madre. Si tratta, affermano gli investigatori, dello stesso schema e della stessa rotta attraverso il Balcani sulla quale si erano spostati alla fine degli anni ’90 i profughi iracheni, gestita da un racket di matrice slava molto ben organizzato e con capacità logistiche notevoli, in grado di predisporre mezzi e contatti ramificati in mezza Europa, con centrali di smistamento dei profughi pronte ad aprire e chiudere le porte nel giro di poche ore. Impensabile, altrimenti, che la famiglia di dieci siriani abbia avuto il tempo e le possibilità di organizzare la traversata di quasi dieci mila chilometri via mare e terra in perfetto anonimato, senza questa organizzazzione.

È la rotta dei profughi “ricchi”, spiegano gli investigatori; non si tratta delle scene che siamo abituati a vedere a Lampedusa o simili, con persone ammassate e in fin di vita; quelli in viaggio fermati su un pullmino da dieci posti Transporter, erano i figli della “Siria bene”, con potere economico e mezzi per pagarsi un servizio eccezionale in numero così ridotto. Quando gli agenti della Questura li hanno fermati, potevano essere affaticati dal viaggio, che andava avanti da giorni, ma di sicuro non erano persone in fin di vita. Ben vestiti, educati, disponibili e chiaramente consapevoli della situazione.

Come da procedura, in questi casi il profugo non viene arrestato, ma gli viene intimato di presentarsi in commissariato per il fotosegnalamento. Quasi nessuno però il giorno dopo si fa vivo, a meno che non voglia assumere la cittadinanza italiana, ma si tratta di casi rarissimi.

Come tutti gli altri, anche la famiglia benestante siriana si è immediatamente defilata, e se non ha incontrato ulteriori intoppi, probabilmente sarà arrivata a destinazione in un città tedesca dove piantare di nuovo le radici, e magari riavviare una qualche redditizia attività abbandonata in Medio Oriente. Su questo fenomeno, inoltre, arrivano anche le conferme dei dati raccolti dall’agenzia europea per il monitoraggio delle frontiere Frontex, che parlano di un flusso più che raddoppiato tra il 2014 e il 2015 di transiti attraverso la rotta balcanica.

E guardando nel dettaglio al dato delle provenienze dalla Siria, l’impennata è ancora più evidente: erano 1171 nel 2013, sono diventati 7320 nel 2014, e per il 2015 si prevedono ulteriori incrementi.

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