BOLZANO. «Abbiamo l'ossessione della storia». Detto da uno storico sembra vagamente masochistico. Ma poi Andrea Di Michele spiega: «Provo fastidio per questo suo uso, come dire... malsano. Non vedo interesse a capire e a capirla ma ad impiegarla come una clava». O come un picchetto. Per fermarla al 1918. Oppure al 1938. O al '43. Tracciando le linee della giustizia o dell'ingiustizia storica ma solo rispetto alla propria sorte politica. Senza pensare che il vero tema è il nazionalismo, ovunque si dispieghi. «È quello il nodo - dice Di Michele, dell'istituto di storia dell'Università di Bolzano, esponente di Storia e Regione-Geschichte un Region - che si vinca o si perda, se il metodo è quello, inutile cercare la giustizia. Ad esempio: nel '17'-'18 tutti gli Stati ne erano permeati. Italia e Austria indifferentemente. Se avesse vinto quest'ultima si predisponeva a tedeschizzare il Trentino. E viceversa». In sostanza: ci sarebbe stata solo una vittoria invertita, non una giustizia. Perchè il male era ed è nell'idea stessa di un tipo di società monolitica e monolingue.

E adesso torna la corona di spine in piazza Vittoria, un corto circuito.

Ma anche qui, e soltanto ragionando da storico, si sbagliano pure le date.

In che senso?

Che il 1918 e il 4 novembre è vero che segnano la data dell'arrivo degli italiani ma non del “martirio” effettivo dei sudtirolesi. È nel 1919 che si sancisce l'annessione coi trattati ed è addirittura nel '20 che si promulga la legge sull'annessione stessa. Enfatizzare il '18 è poi riduttivo anche nella sostanza politica.

Perchè l'Italia non è quella fascista?

È così. Si perdono di vista quei lunghi anni dal '18 al '22 in cui il governo liberale mostra sì impreparazione per un fatto inedito ma lascia aperte tante porte ad una soluzione di tipo vagamente democratico. C'è sì Tolomei già in azione ma il primo ministro Nitti, ad esempio, caldeggia persino l'idea di un referendum nel nuovo Alto Adige.

Perché parla di impreparazione?

Per la prima volta l'Italia si trasforma con la vittoria da stato monoetnico a multietnico. C'è un inversione totale con l'Austria. Quest'ultima si riduce a una piccola nazione alpina ma per la prima volta solo tedesca, il Regno d'Italia assaggia le complessità asburgiche delle nazionalità ma senza averne l'esperienza. Ricordiamo che oltre ai tedeschi entrano nello Stato anche sloveni e croati.

E che tipo di porte furono lasciate aperte a Bolzano in quegli anni pre-regime?

Quelle dei socialisti. O dei liberali. E qui mostrano rigidità e impreparazione politica anche le classi dirigenti liberali sudtirolesi. Invece di cercare un dialogo possibile, anche se difficile, guardano gli italiani tutti allo stesso modo. Non distinguono. E si chiudono. E così si fanno strada di nuovo in rispettivi nazionalismi.

Poi arriva il fascismo...

E lì tutto si blocca. Ma si tratta di un regime. Che fa fuori anche le altre minoranze interne, non solo quelle linguistiche.

Ma la corona di spine domani non è solo un errore di date, no?

Guardandola coi nostri occhi di oggi è anche l'azione di gruppi che sono sempre più espressione di una minoranza. Le stesse ultime elezioni ci hanno detto che i temi identitari non hanno pagato e che sembra proprio che si stiano spegnendo.

Ma quest'anno sono i cento anni dalla fine della guerra, data simbolicamente secolare...

Un centenario è un atto dovuto. Ma vedo che, da parte italiana non si celebra più il 4 novembre oggi come vent'anni fa. Si va ai cimiteri piuttosto che al monumento. Si cercano cerimonie comuni. La corona è un atto che va controtendenza.

Ma perchè è così difficile inquadrare il nazionalismo come il vero nemico, più che l'"altro" da sè?

Allora: il nazionalismo nasce nell'Ottocento. Con le rivoluzioni e i risorgimenti. E il Novecento di apre con tutta l'Europa che si allinea. La guerra vive di spirito nazionale e nazionalistico. Dai Balcani a noi, agli imperi, alla Francia. Chi vince fa danni che si pagheranno 20 anni dopo ma anche chi perde li avrebbe fatti. Li aveva promessi. Dunque anche l'Austria. Si preparava a tedeschizzare anche la toponomastica trentina, una sorta di punizione... Per cui non c'è il meglio o il peggio solo la storia. Che va presa tutta insieme, altrimenti non se ne esce.

E dunque anche la corona è ottocentesca, come i monumenti littori?

Chi la riporta in piazza ha la testa di un secolo fa, rivolta all'indietro. Diciamo che almeno i monumenti sono stati depotenziati. Ecco allora che vi si può ragionare sopra da altri lati. È questo il percorso. Il '18 è avvenuto, come pure il '45, non si torna indietro. Se si guarda a quelle date con la stessa mentalità di un secolo fa si ragiona come chi fece esplodere l'Europa.

Il vescovo chiede Piazza della Pace...

Ma anche di non usare la memoria storica come uno strumento troppo identitario. Ne ha per tutti, Muser. Il percorso deve essere comune, non fatto con le corone di spine.

Perché di spine ne hanno avute in tanti nel Novecento in Alto Adige, no?

Quando la storia gira, e qui la storia ha girato quasi sempre in senso nazionalistico da una parte o dall'altra, allora sì tutti subiscono.

Tranne quando gira con la democrazia...

Sì, tranne.